Zelo

Educato e cresciuto il nostro santo alla scuola del Divino amore, diede splendidi saggi di uno zelo tutto apostolico e come diacono della Chiesa romana e come Nunzio in Costantinopoli e come Abate nel suo convento di S. Andrea. Un tale zelo crebbe eminentemente durante il suo Pontificato, nel quale spese le più assidue e sollecite cure per vigilare su tutto e perché nulla restasse improvveduto.

Dal centro della Cristianità estendeva sulla Chiesa universale le sue paterne ed energiche attività in diffondere quelle sante riforme ed istituzioni che tanto bene arrecarono ai romani. Senza tener conto delle perdute, ben ottocentoquaranta lettere, secondo il Racine, egli sparse, la più parte delle quali hanno per oggetto le norme della vita quotidiana dei laici, dei chierici, dei monaci, dei vescovi. Divulgò in tutta la chiesa latina il suo Sacramentario ed il suo Antifonario e volle che l'unità della sacra liturgia e del canto ecclesiastico fosse da tutti abbracciata. Dalla sua nuova scuola musicale spedì alcuni allievi in Francia prima ed a suo tempo, in Inghilterra per insegnarvi il nuovo metodo di canto. Volle che l'uffizio si recitasse e la Messa si celebrasse altrove come in Roma, e che i fedeli degli altri luoghi osservassero esattamente quant'egli aveva prescritto per quello di Roma istessa.

Apprezzando il massimo bene che apportano i Concili, nell'esordine del suo Pontificato, tenne il primo in cui formulò canoni e decreti pel buon governo della Chiesa.

Nel 592 convocò un secondo Concilio in cui comminò delle pene contro quegli amministratori di beni ecclesiastici che lasciassero a desiderare in fatto di rettitudine e contro quei Prelati che, spinti da eccessivo zelo, ardissero ampliare il patrimonio della chiesa con danno altrui. Decretò, secondo le antiche regole dei Padri, che nulla si desse e ricevese per la consacrazione dei preti e vescovi e per la concessione dei palli, sotto pena di scomunica. Concilio che depose l'Arcidiacono Lorenzo a motivo della sua alterigia: sostituendogli Onorato. Faceva così conoscere quanta umiltà richiedevasi nel primario Clero di Roma.

Tenne un terzo Concilio in cui formulò sei canoni riguardanti la disciplina ecclesiastica. Trattò in esso le controversie del prete Giovanni di Calcedonia e di Attanasio, monaco di Costantinopoli, ambo appellanti alla Sede Apostolica. Decretò il pallio a Virgilio Vescovo di Arles, raccomandò lo stesso alla regina Brunechilde ed al di lei figlio Childiberto. onde lo protegessero con la loro autorità, per sedare le  scissure insorte nella Chiesa di Francia.

Con altro Sinodo ridonò il buon governo, impose l'osservanza, rimise la pace ai monaci; e, secondo il Baronie, si nota che anche infermo  lo celebrò, assistito da ventidue vescovi, quattordici preti e quattro diaconi. Non solo si occupava a tener Sinodi e Concili, ma volle ben'anco  che i prelati inferiori lo imitassero: "...Mentre" così scriveva a Virgilio  di Arles, "meglio da tutti si schiva e si emenda da ciò che coli'autorità  e col consiglio di Dio viene proscritto e condannato da una solenne  costituzione di tutti. Ai vescovi di Sicilia ordinò di tenere in ogni anno  i prescritti sinodi ai quali volle che assistesse il suddiacono Pietro, come  delegato della Sede Apostolica. Appena conobbe la negligenza dei vescovi della Campania, spedì colà Artemio suddiacono della Chiesa romana con espresso incarico di radunarli in concilio. Volle così che i grandi interessi di quell'Episcopato si trattassero insieme per apporvi pronti rimedi.

Ordinò a tutti i magistrati, prefetti, primati e vescovi dell'Africa, ed allo stesso Imperatore, di riunirsi in Concilio onde estirpare le eresie dei donatisti. Il Primate di tutta l'Africa, Domenico, Vescovo di Cartagine, grandemente coadiuvò lo zelo del Santo che vide finalmente trionfare colà la vera credenza Cattolica.

Nel 599 Gregorio scrisse a Brunechilde, regina di Francia, esortandola a porre efficaci rimedi contro gli scandali e disordini che deturpavano alcune chiese gallicane. A maggiormente impegnarla le spedì, in qualità di Legato, l'Abate Ciriaco onde, di accordo, radunassero un Concilio. Contemporaneamente concede il pallio al Vescovo di Autun di cui, avendone intraveduto il desiderio, lo credeva ancora degno di tanto onore per i grandi servizi prestati alla Chiesa; però nel conferirgli questo distintivo, gl'inculcò di dover tenere un sinodo onde si togliessero gli sconcerti dalla sua chiesa. Nello stesso anno ordinò ai vescovi della Spagna di riunirsi in Concilio, obbedirono prontamente, tenendo quello di Barcellona, tanto celebre negli annali ecclesiastici per gli ottimi canoni stabiliti e promulgati a prò della Fede Cattolica.

Lo zelo instancabile del santo non lasciava di vista persona di sorta; che anzi, con attività quasi prodigiosa, indagava le azioni di tutti, e non eravi alcun prefetto, prete o vescovo, trovato degno di riprensione o di pena, che non fosse oggetto di richiamo o di castigo.

Riprese Pantaleone, prefetto dell'Africa, perché la sua molta trascuratezza fu causa che gli eretici insolentissero contro i sacerdoti cattolici: passò quindi a minacciarlo dei Divini castighi, se più mancasse di attenzione; e lo esortò a favorire la conversione di quegli eretici.

Nel 599 ordinò al Vescovo di Siracusa, Giovanni, di unirsi ad altri quattro vescovi e deporre quello di Malta, Lucilie, per alcuni eccessi in cui era caduto, decretando la medesima pena ai preti e diaconi compiici ed esortando i maltesi ad eleggersi un degno pastore. Sospese ad tempusil Vescovo di Tarante per mancata mansuetudine.

Scrisse a Gennadio Vescovo di Cagliari, riprendendolo di un torto commesso e minacciandolo di castigo in caso di ricaduta. Chiamò a Roma Gregorio, Vescovo di Giregneti, e Leone, vescovo di Catania, onde si giustificassero di alcune accuse ricevute contro di loro. Ingiunse ad Antemio di riprendere alla presenza dei sacerdoti il Vescovo Pascasio, negligente nella cura pastorale, soggiungendogli ben'anco "... Se l'ammonizione riuscirà infruttuosa, lo mandi a Roma, onde qui venga ammaestrato ed impari qual sia la condotta e la vita secondo il timor di Dio, degna di un sacerdote ". Ordinò a S. Massimo. Vescovo di Siracusa, che i vescovi, caduti in grave fallo, fossero giudicati nel sinodo provinciale e deposti con sentenza giuridica, quando lo richiedesse la gravita del caso. Tolse a Giovanni, Vescovo di Larissa, la giurisdizione di quella chiesa, sotto pena, se più la esercitasse, della privazione della Sacra  Comunione, anche in punto di morte: l'assoluzione di tal pena la riserbò  al Romano Pontefice.

Severo osservante della disciplina monastica com'egli era stato, volgeva spesso le sue sante sollecitudini sopra dei monaci: "... Sii sollecito, scriveva all'abate Giovanni, delle anime dei tuoi fratelli. Il buon  concetto del tuo monastero è di molto indietreggiato per tua negligenza.  Occupati alla lezione ed alla orazione. Tra i tuoi fratelli non trovo chi  attenda alla lezione, per cui rifletti quanto gran peccato sia trascurare  l'insegnamento dei comandi e della parola di Dio, che pur vi somministra vitto e vestito per [e altrui oblazioni". Quando poi sentiva i religiosi  medesimi inquietati da gravi ed ingiuste pretensioni per parte dei vescovi in materia di giurisdizione, richiamava questi ai limiti del loro mandato.

Non solo i vescovi, preti e monaci erano oggetto dell'ampia riforma,  frutto del suo ardente zelo; ma perfino l'Imperatrice e lo stesso Imperatore.

I ministri imperiali di Maurizio esercitavano delle continue estorsioni contro i poveri sudditi che, oppressi dalla forza, non trovavano altra via che appellarsi alla protezione del Pontefice. Scrive questi a Costantina Augusta senza quel velo officioso che presta l'adulazione onde palliare agli occhi dei potenti le loro iniquità, riferendole i giusti lamenti di tanti oppressi. La esorta ad economia, menomando il lusso e le inutili spese, terminando la sua lettera con queste parole: "Non vorrei che ciò fosse a voi causa d'impedimento per l'etema vita".

Maurizio promulgò una legge con cui vietava ai soldati di farsi religiosi. Una tal causa così importante ed effiggente, valse a destare nel cuore di S. Gregorio tutta la veemenza del suo spirito. Conosceva egli che la politica raramente permette alla Verità di presentarsi al trono, però, con meravigliosa sollecitudine indirizzò all'Imperatore una lettera in cui, senza metafore ne allegorie, senza esitazione alcuna, anzi con tutta convinzione della santa causa che difendeva, così esordiva: "Si rende reo dinanzi a Dio chi non parla con sincerità coi rè della terra". Passò quindi ad analizzare quella legge con la scienza di un giurista e con la coscienza di un Pontefice, dimostrando ingiusta perché contraria  alla carità del prossimo e di Dio, ed avversante la virtù e la Religione. Il  finale di quella lettera, memoranda negli annali della Chiesa, era così  concepito: "A mezzo di me, ultimo vostro servo, il Signore vi dice: Io di  notaio ti feci conte delle guardie, di conte, capitano delle medesime e di  capitano Imperatore non solo, ma padre d'imperatori, lo affidai alla  tua mano i miei sacerdoti e tu vuoi sottrarre dal mio servizio i tuoi soldati? Rispondete di grazia, opiissimo signore, al vostro servo: che cosa  risponderete in quel terribile giudizio al vostro Signore, che così vi ragionerà ? ".

Ne qui si arrestò lo zelo del santo; che scrisse contemporaneamente a  Teodoro, medico di Maurizio, esortandolo a perorare presso lo stesso la  causa di Cristo e dei suoi ministri. Con opportuna discrezione avvisò  molti vescovi di tenersi pronti ad unirsi seco per chiedere all'Imperatore  la moderazione della legge ed intanto permise ai medesimi di ricevere  alla vita monastica coloro che durante la promulgazione della nuova  legge non erano in servizio di Maurizio. L'Imperatore, quasi costretto  da tutti i mezzi non lasciati intentati dal Santo, cede finalmente, modificando la legge suddetta.

Oltremodo vigilante per la intangibilità della Supremazia Apostolica, represse ogni audacia, annullò ogni atto illegale, riparò ad ogni disordine, provvide ad ogni bisogno. Infatti spedì in qualità di Nunzio presso la corte di Costantinopoli il diacono Sabiniano col mandato di correggere Giovanni il Digiunatore, Patriarca di quella sede, perché si arrogava il titolo di Vescovo universale, proprio del solo Pontefice romano. Gì'ingiunse ancora di chiedere conto allo stesso Patriarca del suo operato contro il prete Giovanni ed Anastasio monaco. Con lo stesso Nunzio diede opportune istruzioni ai vescovi, del modo col quale essi dovevano farsi obbedire dai loro dipendenti. Insistè ancora che osservassero quell'antica disciplina la quale lasciava libero ogni prete, monaco e Vescovo di appellare alla Sede Apostolica dai giudizi emessi da Primati e Patriarchi. Nel contempo scrisse ai Patrizi Prisco e Narsete, raccomandando  loro la missione del suo Nunzio e facendo sentire ai medesimi che annullerebbe, con la sua suprema ed universale autorità in quella chiesa,  ogni ordinanza non conforme ai canoni Apostolici.

Quel che minacciò alla chiesa di Costantinopoli lo eseguì realmente  in Africa. Si radunò un concilio nella Numidia emettendo decreti e stabilendo canoni. Il Santo li riprovò, non essendo conformi alle costituzioni ecclesiastiche; anzi insistè presso l'Esarca Gennadio a prestare aiuto  al vescovo Colombo per annullare gli atti di quel concilio.

Più tardi scrisse al successore di Giovanni il Digiunatore, Ciriaco,  per esortarlo a non arrogarsi il titolo di Vescovo universale, ricordandogli che niun atto della sua sede avrebbe vigore senza l'approvazione  dell'autorità suprema del Pontefice romano. Questa usurpazione di titolo, sgraziata contraversia per cui Pelagio Secondo e Gregorio tanto si  occuparono, fu per quest'ultimo, oggetto di vive rimostranze presso  Maurizio ed anche inizio dell'interruzione delle affettuose relazioni tra  il Pontefice e l'Imperatore. La predetta usurpazione non cessò, se non  durante il Pontificato di Bonifazio terzo.

Avendo conferito a S. Massimo, Vescovo di Siracusa il Vicariato

Apostolico di tutta la Sicilia, volle riserbare a se il giudizio delle cause   di maggiore importanza e più difficili. A lui spesso domandava conto di   quelle chiese e da lui informavasi dei soggetti degni del Vescovado.

Le incursioni dei goti e longobardi cagionarono delle grandi sofferenze alle chiese ed agli ecclesiastici, in guisa tale che in alcuni paesi  non vi rimase un solo sacerdote per amministrare "... ai morienti la  Penitenza, ai fanciulli il Battesimo". S. Gregorio incaricò i vescovi più vicini di ricoverare i sacerdoti e pastori espulsi. Ad alcuni di questi assegnò dei vescovadi vacanti, ad altri commise la cura di amministrare e visitare le sedi prive del loro pastore, a motivo delle incursioni suddette. Così fece con Paolo, Vescovo di Nepi affidandogli l'amministrazione della sede di Napoli. Vietò in quella ricorrenza che i chierici di una diocesi si potessero incardinare ed ordinare in altra, senza il beneplacito del proprio Vescovo.

Riprese acremente i cittadini di Rimini per insubordinazioni commesse contro del proprio pastore, consola questo con lettera, obbliga quelli all'ubbidienza.

Scritti ed azioni di simil fatta s'incontrano spessissimo nella vita del Santo, ed in gran copia; ma ora che sappiamo come il Cielo propizio, vista la sua Chiesa turbata, le donò, in Gregorio, l'uomo che la serena e ne rivendica splendidamente i conculcati diritti, sempre compreso di carità, volgiamo a questa sublime virtù del Santo la nostra attenzione.