Umiltà

Ammirammo nel nostro santo il grande amore per la virtù dell'umiltà nel rapido passaggio che egli fece da pretore a monaco, le resistenze in rigettare la carica di Abate, in ischivare l'enorme peso del Pontificato. Il modesto sentire di sé nelle prime sue lettere Sinodiche e nelle private ancora ci ha dato a conoscere quanto apprezzasse sì rara e bella virtù. Egli però viemaggiormente la esercita durante il tempo che governa la Chiesa, praticandola con gli scritti e le azioni. Fu il primo dei romani Pontefici che usò e nelle private e nelle Sinodiche lettere le umili parole: Servo dei servi di Dio: questo motto, dal VI secolo fino a noi, fu giudicato dai suoi successori, degno di etema imitazione!

Nel dichiararsi egli servo, non tollerava, nella sua grande umiltà che altri si dichiarassero servi suoi. Scrivendo infatti alla patrizia Rusticiana, così esprimevasi: "Ho ricevuto lettere di vostra eccellenza, le nuove di vostra salute ed i tratti di vostra pietà mi hanno recato sollievo; una sola cosa ho letto con dispiacere, ed è quelle spesse dichiarazioni di: ancella vostra, vostra ancella. Essendo io per i pesi del Vescovado, ritenuto servo di tutti, come posso udire chiamarsi mia serva quella di cui fui servo anche prima di ricevere il Pontificato? Prego quindi il Signore che mai più abbia a ritrovare simili dichiarazioni nelle vostre lettere ".

Si dolse col Patriarca di Alessandria, Eulogio, il quale, riferendogli il modesto suo operato presso il Vescovo di Costantinopoli, Ciriaco, successore di Giovanni, terminava quella relazione con le seguenti parole  "... giusta i suoi comandi". Queste le furono di gran pena in modo dafargli rispondere "... la qual parola di comando, prego non fanni più udire, poiché so chi io sia e che voi mi siete padre per i costumi. Io adunque non comandai, ma ho procurato insinuare quanto pareva utile e conveniente ".

Amante di essere corretto dai falli che mai commise, così scriveva a Natale, Arcivescovo di Spalato, in Dalmazia: "Vostra paternità soffre di mala voglia esser corretto dai falli suoi, mentre io che certamente non sono al di sopra dei vostri meriti, ma solo superiore nel posto della Fede, sono sempre pronto e bramo di esser corretto e ripreso da tutti, e solo quello stimo mio amico, per le cui correzioni si venghino a tergere le macchie del mio cuore".

Convinto d'essere egli il più grande dei peccatori, così scriveva a S. Eulogio Patriarca di Alessandria: "Da due anni sono tormentato dalla podagra, stando quindi giornalmente tra i dolori di morte, sempre però sono respinto dalla morte. Non è pertanto meraviglia, poiché, peccatore come sono vengo giustamente serrato nella prigione di corruzione sì penosa. Mi vedo costretto ad esclamare col profeta: Libera l'anima mia dalla carcere, affinchè lodi il tuo nome. Ma le mie orazioni non meritano ascolto dal Signore; perciò appunto prego vostra fraternità aiutarmi colle vostre preghiere, impetrandomi che sia liberato dal peccato".

Scrivendo allo stesso in altra ricorrenza: "Vi prego, ripeteva, a pregare per me peccatore, poiché mi veggo stranamente afflitto e dalle malattie corporali e dalle cure amare e dagli eccidi che si commettono dai barbari. Tra le quali sciagure io cerco non la temporale, ma l'etema consolazione che da me non voglio ad impetrare, ma confido di ottenerla colla intercessione di vostra beatitudine".

"Ti scongiuro" scriveva al prete Elia "per l'Onnipotente Iddio, a voler pregare di continuo per me, onde presto sia liberato dai peccati che mi legano e dalle calamità che mi opprimono".

Simile era il tenore che conservò in alcune lettere spedite al Vescovo Sebastiano e lo stesso in quelle che mandò a S. Giovanni Climaco, l'efficacia delle cui orazioni era conosciuta fin negli estremi dell'occidente:  "Conviene che voi preghiate per me" scriveva al Vescovo di Cartagine  "presso il corpo del S. Martire Cipriano, mi raccomando all'aiuto delle vostre orazioni".     "Io gemo" faceva sentire al suo amico S. Leandro "e sospiro, poiché mi avvedo che per la mia negligenza cresce la sentina dei vizi e fortemente incalzando la burrasca, le tavole della mia barca, quasi marcita, danno segni di naufragio".

Scrivendo all'imperatrice Costantina, nell'atto che le manifestava le vessazioni contro la Chiesa, delle quali si lagnava con lei, si confessava pieno di colpe e peccati. "Quantunque i peccati di Gregario" diceva  "sieno grandi che meritano soffrir tali cose, l'Apostolo Pietro però non ha peccati onde meriti ai vostri tempi soggiacere a tali ingiurie ed afflizioni".

Questa risplendente virtù dell'umiltà che informava quell'anima grande, dotata di tanti eccellenti meriti, non solamente brillava nelle sue lettere ma benanco nel sentimento che ella aveva quando trattavasi di giudicare dei suoi medesimi scritti. Infatti Innocenze, Prefetto dell'Africa, gli chiese il libro dei Morali per leggerlo e meditarvi. Il Santo glielo spedì, accompagnandolo con questi umili sentimenti: "Se bramate un pascolo più delizioso e pingue, leggete pure le opere del Beato Agostino, vostro compatriotta, e al paragone di quel fiore dì farina, non [state a cercare la nostra crusca".

Non solo coi vescovi e preti si dimostrò umilissimo, ma anco collo stesso Imperatore Maurizio. Questi, malgrado la sua amicizia per Gregorio, suscitava spesso, nella sua cecità, molte difficoltà al governo della Chiesa; ed, eccitato dal suo orgoglio, trattò il Papa come il più semplice e dabben uomo, ignorante affatto del modo di condurre le cose politiche. Nel 595, adoperandosi il Pontefice per la pace d'Italia, bersagliata dalle continue guerre, suggerì per lettere al suo Nunzio in Costantinopoli, Sabiniano, alcune proposte di pace da presentarsi a Maurizio. Questi, come poc'anzi si è detto, trattò il Santo da uomo troppo credulo alle proposte di Pace ai longobardi e perdonò alla sua semplicità. Gregorio rispose all'Imperatore con questi umili sentimenti: "La pietà del Sovrano nel suo folio mi riprende... Perdonandomi non ha perdonato punto, ed in esso, col nome di urbana semplicità mi chiama fatuo... Imperocché venendo spacciato per semplice ed ingannato... in conseguenza sono appellato fatuo, e di esserlo, anche io, il confesso".

Umile per convinzione, tale si mostrava ancora nelle sue pubbliche azioni. Giovanni Mosco (1) scrive: "L'Abate persiano, Giovanni, queste cose ci narrò del Beatiss. Gregario Pontefice romano: Essendo io andato in Roma per venerare il sepolcro dei Santi Apostoli, stando un giorno in mezzo alla Città, sento che proprio ove io era doveva passare il Papa: tosto mi fermai per ossequiarlo. Giunto il Papa a me vicino e vedendo che io mi moveva per gittarmi ai suoi piedi (parlo o fratelli col testimone del Signore) egli si protese a terra, ne si rizzò se non quando io mi alzai e salutandomi con molta umiltà mi donò tré monete, ordinando mi fosse dato anche quanto facev ami di mestieri, durante la mia residenza in Roma".

Un S. Pontefice, cotanto umile, lascia in tutte le sue azioni l'umile sua impronta; perciò umilissimo lo vediamo ancora quando dalla Sacra Cattedra spiega al popolo la Divina ispirata parola.

Dalle tante omelie di S. Gregorio togliamo un brano dell'undecimo in Ezechiele. Commentando egli quelle parole del Profeta "O fìgliuoi dell 'uomo io ti costituii sopraintendente della casa d'Israello " così prorompe:

"O quanto dure mi riescono queste parole che io pronunzio, perché parlando ferisco me stesso, la di cui lingua non sa parlare come conviensi, ne in quanto lo sa vien seguita dal mio vivere. Veggo che spesso mi trattengo in oziosi discorsi e, negligente, cesso doli'esortare e dall'edificare i prossimi, onde nel cospetto di Dio sono e muto e verboso: muto nel necessario, verboso nell'ozioso e superfluo. Ma ecco i detti del Salvatore circa la vita dello speculatore mi forzano a favellare. Non posso tacere e pur temo di ferirmi parlando. Dirò, sì dirò, acciocché la spada della parola di Dio per mezzo mio passi anche a ferire il cuore del prossimo. Dirò acciocché i detti del Signore risuonino ancora dalla mia bocca contro di me. lo non nego di essere reo, comprendo la mia negligenza ed eccidio. Forse servirà per ottenere il perdono dal Giudice benigno l'istessa cognizione della colpa. Ed invero nel monastero potevo reprimere la lingua dalle oziose ciarle... Ora sono costretto a discutere le cause, i negozi delle chiese, ora dei monasteri, ora esaminare le vite e le azioni di alcuni particolari, ora i pubblici affari dei cittadini, ora gemere per le irruzioni dei barbari e paventare i lupi che insidiano al gregge commessomi, or pigliarmi la briga che non manchino le provvisioni a quei medesimi che debbo tenere in buona disciplina, or soffrire in pace certi ladroncelli, ora, per effetto di carità, ovviare ai loro attentati... Poi per necessità del posto che tengo, sovente debbo trattare coi secolari, alle volte mi rilascio nella disciplina della lingua. Che se mantengo l'usato rigore, so che sono sfuggito dagl'infermi e dai poco spirituali... Quindi m'induco a udire con pazienza anche i loro odiosi discorsi: ma perché io sono infermo, comincio a discorrere volentieri di ciò che già udivo di mala voglia, e dove era odioso l'entrare, piace poi l'intrattenersi. Quale adunque speculatore son io che non istò saldo nella cima dell'azione ben intrapresa, ma giaccio nella valle della debolezza!".

Così predicava l'umil successore di Gregorio il Grande, l'umilissimo precursore di Silvestre! Eppure quest'uomo così umile, che nei suoi scritti e nelle sue azioni si studiava occultare i doni di natura e di grazia, ci rappresenta uno dei più gloriosi Pontificati nella storia civile e religiosa.

Nel terminare il presente capitolo, non possiamo non fermarci ad una grande considerazione storica. Quell'umil monaco che fugge le cariche, quell'umilissimo Pontefice che porge l'acqua ed il catino ai pellegrini, che non isdegna sedere alla loro mensa che nel principio del suo Pontificato teme e paventa della propria insufficienza, che con lettere, esempi e prediche si dichiara servo dei servi di Dio, servo inutile e gran peccatore, la Dio mercé, raccoglie sì copiosa messe da superare l'aspettativa stessa di tutti quanti insistettero per la sua assunzione al Pontificato. Reprime gli scismi d'Italia, conduce alla Fede Cattolica i Longobardi, riconcilia i Goti con la Chiesa, converte gl'Inglesi, raffrena in Africa i donatisti, conquide gli agnoiti e gli altri eretici dell'Oriente, estirpa ovunque errori ed abusi, ravviva e diffonde il monachismo, sanziona nuovi canoni, diffonde le riforme, istituisce nuovi mezzi di santificazione, illumina il mondo con la sua dottrina... Tutto questo egli opera quasi sempre infermo e tra le incursioni e le guerre! Si ritiene uomo da nulla e come tale si riconosce nell'intimo del suo cuore! Non pertanto è proclamato: "II più grande scrittore e dottore d'Italia ai tempi in cui la povertà d'ingegno dominava le province greche d'Italia stessa". Il genio fecondo di S. Idelfonso, nella magnificenza della sua breve espressione, così fa brillare la grandezza del Santo che, nella convinzione della propria pochezza, si conserva umilissimo "Gregario Magno ha superato Antonio nella Santità, Ciprìano nell'eloquenza. Agostino nel sapere.