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Pasquale Bianchi LA MORTE “ Pasquale Bianchi, Pittore, marito di Concetta Astora di Oria, nato a Manduria , anni 78, munito di Sacramenti, rese l’anima a Dio…………………………, per febbre maligna ed il di lui cadavere con l’intervento del Parroco e del Capitolo fu trasportato con rito doppio nella Collegiata e la seppellito” Questa annotazione è riportata nel “Registro del libro dei morti” della Chiesa Collegiata in Manduria Tale l’epilogo di un pittore che volle essere diverso nell’iconografia classica, che personificò la sua rivolta contro una certa società ed una certa natura, ed in effetti la sua fu la rivolta dell’uomo contro la natura, contro la sua ottusità e lentezza, la sua durezza ed ingiustizia. Egli, cosi come annotato, verrà sepolto con il massimo della solennità data in quel tempo. Eppure Pasquale è forse l’unico pittore locale che abbia dovuto confrontarsi con la rappresentazione di una realtà tanto affascinante quanto misteriosa quale quella della morte. Nell’iconografia consolidata ed usuale della realtà locale si sono rappresentati più che altro “transiti”, ovvero attimi finali della vita dei Santi, attimi prodigiosi e soavi , ascetici e quieti ove paura ed affanno non hanno cittadinanza. Queste raffigurazioni divergono da quell’analisi dell’esperienza comune di una comunità che ha elaborato intorno a questa realtà misterica , una retorica e ritualità che nel corso dei secoli ha sedimentato acquisendo una propria procedimentalità ben cadenzata e significante. Le vicende della vita e della morte divengono esse stesse oggetto di vaticinio: il bagnarsi della Croce che accompagna il feretro, il morire di Venerdì sono elementi di presagio di ulteriori sventure e viatico di altre paure. Pasquale già nel quadro raffigurante il “ Transito di S. Nicola”, ubicato nella Chiesa degli Scolopi nel centro di Manduria, aveva rapportato, pur nella ricchezza del simbolismo che lo caratterizza, una raffigurazione reale e contemporanea dell’evento. Gli ultimi attimi di vita terrena del Santo avvengono contornati da una folla di figure che attornia il suo giaciglio. Nella folla sono: i tre bambini che “tagliati a pezzi e messi da un perfido albergatore in salamoia”( 1) il Santo ha riunito e resuscitato, sono le donne che ha beneficato gettandogli dalla finestra sacchetti di monete, sono i soldati condannati a morte e strappati all’ingiusta sentenza. Questa è comunque la realtà fisiologica dell’evento. In Occidente la morte è momento pubblico e sociale, in cui il morituro riveste ed impersona ruoli e valori, egli vive quest’esperienza attorniato da tutta una comunità che è chiamata a stargli vicino, a stringersi e rassicurarlo sull’affetto e solidarietà che circonderà la sua famiglia. Il suono delle campane che accompagnano il Prete che porta il Viatico è avviso a chiunque può, di accodarsi e far processione, bambini , donne , uomini , per invadere la casa del moribondo. Queste scene sono ancora vive nella memoria dei nostri anziani. L’evento è sociale, e cosa che a noi sembra riprovevole, avviene soprattutto alla presenza di bambini che giocando per le strade, abbandonano un attimo il loro gioco per vivere la curiosità di quest’esperienza. Non sappiamo quante volte Pasquale bambino ha sospeso i suoi giochi per far corona a quelle improvvise processioni, quante volte abbia notato che dalla bottega dei suoi uscivano rappresentazioni che in nulla raffiguravano quella realtà tanto usuale eppure tanto ignorata. Pasquale finirà sepolto nella Chiesa Matrice di Manduria. La Chiesa oltre che luogo di culto è soprattutto cimitero, la si seppelliscono i cadaveri che a secondo del censo potranno essere sepolti “ Ad Sanctos” ovvero vicino all’altare del Santo a cui si è devoti o nelle fosse comuni ubicate nei sotterranei della stessa. I posti più ambiti sono vicino al Tabernacolo. Già l’ingresso stesso della Collegiata di Manduria ed il magnifico portale in pietra lavorato rimanda nell’iconografia della parte bassa alla funzione svolta dal tempio. Infatti ai due lati del portale sono alloggiate in bassorilievo la figura di un angelo ed un teschio che riporta all’uso anche cimiteriale del Tempio. Dal teschio fuoriesce un fregio di pietra in cui il Tarentini legge il motto
VIDE Q. ERIS,Q. MUNDI GAUDI BRIS L’Arno qualche tempo dopo, aiutato dai competenti restauri al tempio posti in essere dall’Arciprete Don Luigi Neglia, meglio legge, interpretando le abbreviazioni VIDE QUOD ERIS QUI MUNDI GAUDIA QUAERIS La frase così interpretata altro non è che l’inizio di una terzina, associata all’allegoria dei Tre morti e dei tre vivi, storia la cui diffusione si è pensato essere stata ristretta nell’ambito dell’Europa centro settentrionale, trovandosene tracce in un poema scritto intorno al XIV secolo in Inghilterra , rappresentazioni nel Cimitero degli Innocenti in Parigi ed a Pisa L’intera terzina è leggibile in Subbiaco nel monastero dei frati di S. Benedetto. Essa recita: VIDI QUID ERIS, QUOMODO GAUDIA QUAERIS PER NULLAM SORTEM POTERIS EVADERE MORTEM NEC MODO LAETERIS, QUIA FORSAN CRAS MORIERIS (2) L’allegoria è legata alla vicenda di S. Macario, sue sono quelle parole che invitano tre giovani cavalieri che senza rispetto attraversano un cimitero, a guardare tre sepolture che il romito apre al loro sguardo. Solo uno si appresta a restare col Santo gli altri cavalcano beffardi e cadranno riversi sul loro cavallo. L’inumazione si è detto avveniva in epoca cristiana nelle Chiese, tra le più antiche sepolture di epoca cristiana, rinvenute in territorio di Manduria forse del periodo paleocristiano, vi sono quelle terragne scoperte vicino la chiesetta di S. Pietro Mandurino, durante la campagna di scavi del 1972. Nella tomba contrassegnata dalla campagna di scavo con il n° 4 lo scheletro aveva tra le mani una monetina forata al centro. Tale rinvenimento trova particolare assonanza con gli analoghi rinvenimenti operati in Francia , ove era consuetudine di mettere o in bocca o nella bara una moneta. Ovviamente essa non era “l’obolo a Caronte sibbene un rituale di acquisto dei beni del defunto: in questo modo l’eredità era acquisita in piena regola e l’antico proprietario perdeva ogni motivo di tornare a contenderla con i vivi”(4) Problema infatti dibattuto era se e quando l’anima del defunto abbandonasse i luoghi a lei cari. Parte della Chiesa sosteneva che essa restasse ancora sulla Terra per un pò di tempo, stimato fino a tre mesi, per dirimere le questioni eventuali che aveva lasciato pendenti. Così anche i Cimiteri non sono luoghi particolarmente lugubri, in essi si svolgono mercati e balli, in essi la gente si raduna e spesso fa festa, da li spesso partono proteste e sedizioni. La folla che assaltò la Bastiglia partì dal cimitero degli Innocenti di Parigi. Più tardi , riflessioni di carattere igienico si sommeranno a valutazioni di carattere più prettamente religioso. I cadaveri venivano seppelliti in maniera approssimativa e spesso ossa o corpi in putrefazione affioravano sotto pochi centimetri di terra. Shakespeare nell’Amleto, utilizza come stratagemma scenico ciò, infatti fa rinvenire al protagonista un teschio affiorante durante una passeggiata, fatto da cui prende vita il celebre monologo. Delle esalazioni nessuno sembra averne cura o preoccupazione, ma il diffondersi di epidemie fa improvvisamente accentrare l’attenzione su questi luoghi. E’ evidente che se da lì si sospetta escano le epidemie esso non può essere dovuto ai feretri dei defunti, ma a Satana , Corporum Princeps e Dei Carnifex, che di quei corpi ne acquisisce l’uso malefico post. mortem . Allora il Cimitero diviene luogo lugubre e perturbante , regno di tenebre e terreno di predominio delle forze del male. Vi sono categorie di corpi di dannati che più di altri sono predisposti a portare ai vivi il male dopo la morte. Segno inequivocabile della funzione malefica che assolveranno dopo la vita è il modo della loro morte. Chi muore improvvisamente sicuramente sarà un dannato, difficilmente lascerà questa terra. Le anime dei soldati restano dannate sul campo di battaglia ove hanno trovato la morte, ma non sono solo loro i candidati alla dannazione : feti morti; aborti; bambini non battezzati; donne morte durante il parto; donne morte dopo il parto , ma prima dei riti di purificazione; fidanzati morti appena prima del matrimonio, sposi morti il giorno delle nozze; annegati; suicidi; morti di morte violenta e non naturale tutti questi sono le certe anime dei dannati. Spaventa poter entrare in questa schiera, spaventa l’essere additato anche dopo la morte, spaventa questa peste di cui tanto si sente parlare e che uccide in maniera immediata ed improvvisa, da cui non vi è fuga e non vi è riparo. Si cerca allora di prevenirla individuando la casistica dei “segni” che la preannunciano: “Prima dell’attacco di mortale epidemia, certi defunti sepolti…….divorano il sudario e le loro vesti funebri emettendo un grido acuto….Le succhiano, le mangiano, le divorano finchè possono” allora “Aprono le tombe, strappano dalla mascella dei morti il sudario inghiottito. E, con un colpo di pala , tranciano la testa del cadavere divoratore”(5) Il fenomeno è ripreso anche in un passo del Malleus maleficarum “Uno di noi Inquisitori trovò una cittadella quasi svuotata dei suoi abitanti dalla morte. Altrove correva voce che una donna ….. sotterrata avesse a poco a poco mangiato il sudario nel quale era stata sepolta; e che l’epidemia non potesse cessare finchè non l’avesse digerito: Si tenne consiglio a questo proposito. Il capo della polizia e il sindaco della città, scavando la tomba , trovarono quasi metà del sudario preso nella bocca, nella gola e nello stomaco già digerito. Davanti a questo spettacolo il capo della polizia, sconvolto, sguainò la spada, e tagliata la testa la gettò fuori dalla fossa, e la peste cessò……” (6) Queste paure erano talmente diffuse da influenzare anche l’iconografia dei periodi in cui le epidemie erano diffuse. Di solito i feretri venivano adagiati prima della tumulazione nel tempio, in un apposito luogo sempre nella Chiesa, che aveva alle pareti affisse immagini pertinenti il momento. Tali immagini, sopravvivono ancora nella Chiesa Collegiata in Manduria, rimosse dal sito originario forse per preservare la vista dal forte impatto emotivo che esse provocano il “ Memento Mori” e la “Danza macabra”. La danza macabra rappresenta uno scheletro che porta via l’anima di un bambino dal suo corpo (fig. 13). La raffigurazione è riconducibile alle stampe di un italiano: Stefano della Bella, incisioni che vogliono essere una rievocazione della peste del 1630 e del patrocinio in quell’occasione di S. Carlo Borromeo. Se si pone infatti attenzione al culto dei Santi così come si è succeduto in Casalnuovo prima, e, Manduria dopo, si noterà come in essa si siano avvicendati e sovrapposti Santi ritenuti forti taumaturghi contro la peste. Sicuramente al primo posto vi era S. Rocco, culto presente con una propria cappella nell’agro di Casalnuovo, ma anche S. Longino e S. Sebastiano erano ritenuti potenti intercessori presso Dio contro questo flagello .Generalizzando si può affermare che quasi tutti i Santi nella cui raffigurazione compaiono o lance o frecce sono riconducibili al discorso della peste immaginata come una morte saettante e improvvisa Discorso a parte merita S. Carlo Borromeo, che divenne per parecchio tempo il Santo ritenuto più potente contro questo male. A lui si deve il formarsi di una ritualità caratteristica dei periodi di contagio, le processioni assumevano una configurazione preordinata ed accurata che venne mantenuta anche dopo la sua scomparsa come le fonti storiche ci testimoniano. S. Carlo Borromeo è annoverato tra i protettori di Manduria. Pasquale Bianchi dovette confrontarsi con tutto questo retroterra per poter addivenire ad una sua rappresentazione della peste. Non solo attinse ad un universo di sensazioni, dolore e lutti ma probabilmente anche ad una certa tradizione popolare che intorno agli eventi si era andata formando. È databile intorno al 1720 un canto popolare, composto da tal Francesco Nasuti, raccolto forse da Eugenio Selvaggi In questo canto dedicato a S. Gregorio Magno, vi è una descrizione della peste in Roma, che più tardi Pasquale dipingerà. In esso si legge infatti.
RIMANI ROMA SCVUNSULATA AGNARME CU CHIANTI E CU SUSPIRI ASSAI MULESTI; E COMU CI NO BASTTA CRISTU NCI MANNA INTRA ROMA FINANCU CA LA PESTI
DISSABITATI RIMASIRA LI CASI: MURIUNU MATRI, PATRI, FILI E FRATI: AGNASCIU MUERTI SIMMINAA LA PESTI; NA STRAGI SI VITIA MMIENZU A LLI STRATI.
OMU NON C’ERA CU LI SIPPILLIA E QUIDDI PICCA C’EBBIRA A RISTARI, TUTTI A NA DIVUZIONI SI UTARA. CRICORIU, AHIME BISOGNA SCI TRUARI
NA CULONNA DI FUECU CUMPARIU MENTRI SI PARTI TICENNU L’ORAZIONI; ERA DI PARADISU LU SBIANDORI E L’ANNO VISTU MOLTISSIMI PIRSONI
TISSI CRICORIU: STATIVI SERENI! APPUNTU TI VOLUMU NUI PI PAPA, LA GIUSTIZIA DI DIU CU LA TRATTIENI!
ALLA CHIESA CRICORIU EBBI A SITTARI APPENA CA LI FUEI RICUNSIGNATA, E LA MATINA TUTTI IN DEVOZIONI CURRIANU ALLA PREDICA SUNATA
A LU CASTIEDDU DI MONTE FALERNU SI EDDI COMU A N’ANGILU CA STAVA CU NA SPATA NFUCATA NTRA LA MANU E GESU’ CRISTU VENDETTA CA MUSTRAVA
A CUDDU FATTU CISSOU MIATA LA PESTI RUMASIRA CUNTENTI LI ROMANI. SINTITI TUTTI QUANTI, STU PURTIENTU, UOMINI, TONNI, FIGLI E PAESANI!
CRICORIU E’ PROTETTORI D’OGNI MALI, NO FECI GRAZIA SULU A LI ROMANI MA NI FACI A TUTTI LI PIRSONI E D’OGNI MALI NI TENI LONTANI Sembra che uno dei problemi che attraesse l’attenzione dei commentatori fosse il chiedersi come e chi potesse provvedere al seppellimento dei cadaveri in tempo di epidemia. Un poeta –letterato Manduriano: Giuseppe Gigli nel suo Satana Innamorato , avendo davanti agli occhi l’epidemia di colera in Manduria del 1886, mette in bocca ai becchini ed affossatori una lugubre e blasfema canzone che inneggiando al morbo recita: ……BENVENUTO IL NUOVO MALE, CHE CI DA’ PANE E LAVORO: PIU’ CI ACCRESCE ESSO IL TESORO QUANTO MEGLIO INFURIA E ASSALE. ECCO UN MORTO: NE LA TEPIDA FOSSA SCENDE…….E “PIU” NON E’… EGLI E’ ADESSO UN GRAN FILANTROPO CHE CI ACCRESCE LA MERCE’
UNA MADRE, TUTTA IN LAI, VIENE IN FRETTA, UMIDO IL CIGLIO: -“ VUOI TU UN SEGNO PEL TUO FIGLIO SU LA FOSSA ?…..PAGA….E AVRAI….” E COSI CENTO NE VENGONO A PORTARCI ORO E LAVOR: QUESTO MORBO E’ PROPRIO IL TENERO, NOSTRO SANTO PROTETTOR
VIENE UN RICCO –“ VUOI LONTANA DA QUELL’ALTRA TU LA FOSSA?…. CENTO LIRE……E PER QUELL’OSSA LA PIETA’ SARA’ CRISTIANA…” – NOI VIVIAM ORA IN UN PRODIGO BENEDETTO CARNEVAL: OGNI MORTO E’ UN GRA FILANTROPO… BENEDETTO IL NUOVO MAL! Anche a noi con Michele Greco viene da chiederci se questa filastrocca sia solo “ Immaginazione e reminiscenze letterarie del giovane Poeta, o cruda realtà”. Pasquale Bianchi si sente chiamato a tratteggiare un profilo della morte veritiero, scevro da ogni connotazione e rimaneggiamento forviatamente ieratico e falso. Giungono anche per lui i giorni, in cui si sente coinvolto in questa problematica che non può abbellire né falsare, ma che permea e pervade tutto il suo tragico quotidiano con presenza e discrezione. Egli è chiamato a sintetizzare in immagini tutto un mondo ben troppo noto a tutti, per poter continuare a riesprimersi nei canoni classici dell’immaginifico. Per addivenire a questo non può che partire dalla triste constatazione di una negazione alla vita, di una negazione alla felicità, ed in ultima analisi all’umanità che il morbo ha come drammatico esito: “ Quell’umanità sofferente che l’Autore ritrae è l’umanità negata di un bimbo calvo (fig. 14) e con un addome sproporzionato rispetto ad un corpo esile, tipica conseguenza di malnutrizione e denutrizione; è l’umanità di corpi straziati dal morbo che però nella muscolatura, quasi michelangiolesca, disegnano una storia di fatiche e lavoro che li ha plasmati e resi definiti nelle forme (fig. 15), come il tempo definisce e plasma le cortecce di ulivi secolari, quei corpi che solo un male potente e soprannaturale poteva abbattere e rendere deboli nella loro possenza”(8) Pasquale è consapevole che la verità rappresentata è la realtà colorata dal pianto, è la realtà di una vicenda che entra nella vita quotidiana dissodando dalle fondamenta i sentimenti ed i legami anzi proprio su questi agendo e devastando. I rapporti umani vengono annichiliti di fronte alla peste: “Dato che tutte le leggi dell’amore e della natura scompaiono o sono dimenticate in mezzo agli orrori di un così grande sconvolgimento, i bambini vengono all’improvviso separati dai genitori, le mogli dai mariti, i fratelli o gli amici gli uni dagli altri – assenza desolante di persone che si lasciano e non si rivedranno più”. Si nota come nel dipinto di Pasquale manchi la presenza di animali domestici. Essi sono gli unici che di fronte al contagio non scappano e restano comunque legati ai loro padroni. Invero anche l’iconografia classica associa la peste alla presenza solidale e benefica degli animali domestici. S. Rocco è sempre associato ad un cane il quale, ( secondo la vicenda , mentre gli uomini vedendo S. Rocco malato di peste lo avevano gettato in una caverna affinché lì morisse di morbo e di fame lontano da loro) , lo soccorreva, leccandogli i bubboni e portandogli del cibo che prendeva dalla mensa del suo padrone. Ai tempi di Pasquale già gli atteggiamenti psicotici hanno preso il sopravvento additando come fonti e propagatori di contagio “i deboli” dell’epoca: mussulmani, ebrei, stranieri, poveri, cani e gatti sono gli “untori” del periodo. Presso il Museo Van StolK, di Rotterdam, è conservata un’acquaforte di J. De Ridder in cui sono rappresentate alcune persone che sparano inauditamente ed a bruciapelo a dei cani e gatti. La seguente didascalia come rimedio precauzionale per la peste raccomanda di uccidere” tutti i cani e tutti i gatti nella zona abitata e, al di fuori, fino ad un’ora di cammino intorno” Le cronache raccontano che questa barbara idiozia arrivò a far sterminare a Londra durante la Peste del 1665 “circa 40.000 cani ed un numero cinque volte maggiore di gatti”. Altro elemento assente e dissimile dalle rappresentazioni della peste e il fuoco. Era consuetudine , dato che la peste si manifestava con febbri altissime che sembravano bruciare i colpiti, accendere come rimedio magico dei fuochi in mezzo alle strade. Esso era un rimedio di quella magia così detta omeopatica che si basa sul corollario di fondo secondo cui “ il simile agisce sul simile o l’effetto somiglia alla causa, mira a produrre conseguenze uguali, attraverso il principio dell’imitazione”.(10) Le città ed i piccoli borghi si riempivano di fuochi davanti ad ogni porta in mezzo ad ogni strada, nella speranza che questi fuochi tenessero lontano il fuoco della Peste, tanto che la Chiesa e le municipalità dovettero intervenire per proibire siffatta pratica magica,. Manca sempre nel quadro di Pasquale, qualsiasi riferimento alla pazzia che aggrediva i contagiati. Non si vuol parlare della pazzia da panico che tristemente era presente nelle vicende collaterali alla peste “ Un tale, sano, scavava già la propria fossa; altri vi si adagiavano ancora vivi” “un uomo dopo aver sepolto sua figlia costruì la propria bara e vi stese a morire accanto a lei”, ma di quella fisiologica al contagio che scardinava i canoni del vivere e del ben morire gettando nello sconforto tutti i sopravvissuti Pasquale si distanzia da quelle che sono le rappresentazioni classiche della peste ove, a chi guarda, non è tolto alcun raccapricciante particolare e che nella maggior parte prendono spunto oltre che da una realtà conosciuta in prima persona dal racconto di Scudery banco di prova per ogni rappresentazione: “I morti ed i moribondi alla rinfusa distesi, vi sono in ogni luogo orrendamente mescolati: qui uno, tutto livido fa paura a vedersi. La un altro, tutto pallido, è un morto che si muove; E quando si vedono accasciarsi tutti questi spettri ambulanti, non si distinguono più i morti dai viventi: Terrificanti sono i loro sguardi, la bocca semiaperta. Sulle ossa altro non hanno che una pelle verdastra; E in quei poveri corpi a metà scoperti, tra la putrefazione, si vedono i vermi brulicare……” (12) Se tutto quello che precedentemente si è narrato come simbolismo caratterizzante la rappresentazione della peste, manca nel quadro di Pasquale; si può arguire quindi che lo stesso non ha mai conosciuto de visu questo flagello. Forse nell’arco della sua vita la peste non si è mai affacciata sui luoghi ove il Pittore viveva e lavorava, di conseguenza il suo racconto è giunto mediato dalla patina e dal filtro della lontananza che ha attenuato i tratti terrifici a vantaggio del suo personale simbolismo. Pasquale dal suo quadro lancia un messaggio coerente e rassicurante. Egli, innanzitutto rappresenta la peste polmonare, morte invisibile e subdola, dissimile dalla forma di peste bubbonica teatrale e raccapricciante per la comparsa dei bubboni sulla pelle dell’appestato. La “sua” peste è un male sottile invisibile, come le colpe che lo hanno generato. Quel male invisibile rende visibile quell’umanità popolana e dimenticata che atterra e distrugge e che paga per colpe non sue. L’umanità abbattuta viene da Pasquale invitata a rialzarsi dal baratro dello scetticismo in cui i potenti la conducono, i corpi dei giacenti sono ritratti nell’atto della morte con una muscolatura da titani, essi sono dei giganti umiliati, essi gridano forza in mezzo alla debolezza della scienza e dell’umanità. Questa esperienza è tanto pregnante che anche quando dovrà rappresentare nell’omonima Chiesetta di S. Giuseppe in Manduria il transito del Santo non potrà prescindere dall’effigiare anche Lui con un fisico possente ed impotente come quello degli appestati. Pasquale Bianchi nobilita con la poesia quei tremendi passaggi, riempie di speranza ogni disperazione , dichiara la sua rivolta , rivendica il suo diritto di non umiliazione Egli è realmente mirabilmente fusore di forma e sostanza “L’essenza è la forma ed è la cornice, spesso la forma diventa il simbolo, molte altre volte fede e simbolo finiscono per fondersi, ma comunque vincitrice è la sostanza …….. che un pittore mirabilmente ha saputo ritrarre effigiando i simboli, la fede , la forma e la solennità che egli vedeva nel suo popolo che il Bianchi viveva in quanto popolo.” |