Pasquale Bianchi

Il Cavaliere

 

“ Gli uomini neri , sono ovunque e mi spiano per farmi sparire”

Angeli, Santi e figure d’incubo vengono quindi a coincidere nell’opera pittorica di Pasquale Bianchi.

Intorno a questi demoni dei sogni e della realtà sembra, dall’Autore, stendersi un cerchio invisibile d’ estraneità e protezione, orrore e attrazione, che li trasforma in canali preferiti dei messaggi riposti ed ingombranti, audaci e vergognosi ai quali affidare la comunicazione delle ferite aperte nella propria anima.

Essi sono un’anomalia selvaggia nel linguaggio affabulativo del dipinto, dei corrieri arcaici ed immediati, ma in quanto tali sinceri e credibili.

Quando nel 1800, Pasquale riuscirà a far inghiottire dalla notte i mostri, le cui ombre avevano preso vita nel crepuscolo dei suoi giorni, li effigerà come nella tela   “ S. Agostino che sgomina gli eretici”, nella  Chiesa di S. Maria di Costantinopoli a Manduria, con le maschere cadenti, maschere ipocrite e simulative, mantenute solo dalla mano dei mistificatori e visibili unicamente da chi   ha occhi per vederle.

In quella tela gli  “ eretici” assomigliano agli attori del Teatro Greco, essi sono dei personaggi        ( persona si chiamava la maschera che l’attore indossava nel rivestire i vari ruoli)  e la tela è una grande allegoria teatrale con il Deus ex machina, con il Coro , con i personaggi che privati delle maschere vengono ripresi e umiliati nella vergogna della nudità dei propri visi, quasi tutti rigorosamente nascosti  a chi guarda.

Lo spettatore può dare a quei visi i connotati dei tratti famigliari della propria eresia, i volti conosciuti dei calunniatori e dei mistificatori della propria epoca, che si nascondono dietro a dei veli di Maya per ingannare lo spirito e la verità, ma che verrà  strappato e atterrato dalla potenza della Sapienza.

Pasquale non dà agli eretici i volti del suo personale “ Mondo infero”, forse già lo ha lasciato alle spalle: il suo cammino sta quasi per giungere al crocicchio della verità e dal suo pellegrinaggio non torna “Con una briciola di vetro sudicio data in cambio di una stella” (2), ma con un desiderio di verità e affermazione della sua arte e poesia che nessun detrattore avrebbe potuto più mutare in disperazione.

Ma torniamo al Pasquale Bianchi investigatore della psiche.

L’inquietante estraneità che presenzia ai suoi quadri diviene tangibile nella grande tela raffigurante la “ Peste a Roma”, presente nel Cappellone de S. Gregorio Magno nella Chiesa Collegiata a Manduria.

La Roma che  viene effigiata, benché realistica nei rimandi architettonici, il che fa presumere una presenza del Bianchi magari presso lo zio Matteo in quella Città, è improbabile nei contorni dei personaggi che la popolano.

Questa Roma improbabile è un altrove   ove “L’altrove è una specchio in negativo, il viaggiatore riconosce il poco che è  suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà”.

In essa , viene compiuta una operazione manichea e scientifica separando visivamente il bene dal male.

Ma cosa porta di suo in quella Roma gemente e appestata Pasquale ?

Quando si vorrà nel 1865 riprendere visivamente, in occasione dell’epidemia di colera a Manduria l’opera di Pasquale, per significare il patrocinio di S. Gregorio in questa circostanza, si rinverranno nell’iconografia utilizzata una monotematicità, una graniticità nella raffigurazione che divergono allontanandosi dal mondo semantico di Pasquale Bianchi.

La Roma della peste si popola oltre che dei  personali fantasmi di Pasquale anche delle psicosi e dei terrori collettivi che impersona la malattia, che dà un nome alla sofferenza ma che anche individua i pericoli ed i nemici vicini e lontani.

Spicca in questa tela “ in fogge moresche un personaggio presumibilmente arabo” (fig. 9) che è affiancato da altro personaggio similmente vestito che  sono posti “ simmetricamente di fronte ad un altro individuo, anch’egli con copricapo moresco” (fig. 10) (4)e con la pelle nera.

Già altre volte Pasquale, aveva dipinto “ gli uomini neri”, e lo aveva fatto in Manduria nella chiesetta di S. Giuseppe.

L’occasione gli veniva fornita dalla raffigurazione che gli era stata richiesta e che vedeva rappresentata l’adorazione del Magi.

In primo piano, uno dei Magi, in abiti orientali e pelle nera, riceve dalle mani di un paggetto il dono che aveva preparato per il Nascituro.

Nei suoi tratti sono effigiati a dispetto della poesia del momento violenza e grossolanità.

Essi riprendono quelli dei primati trasformando quella figura in un’immagine d’incubo che sembra al posto delle braccia avere rostri rapaci e le mani sembrano squarciare la poeticità  del

momento per rapirne la struggevolezza. .

Dall’Oriente, per Pasquale non proviene la ricerca e la poesia, essi è foriero di rapine, di aggressioni, di soprusi, di ombre che nella notte prendono forma e spessore che si materializzano saccheggiando , rapendo e distruggendo, combattendo la cristianità, squarciando le famiglie e privandone gli affetti.

Essi sono ovunque e vengono dal mare, si vive come in una prigione: assediati e vigilati, dimenticati nelle proprie tragedie di periferia di un regno, tragedie  che  si fanno storia di vite spezzate.

La notte per la cristianità fa paura, il mare anche, il buio che l’accompagna agevola il cammino ai dominatori di questo mondo di tenebra  spianando una  la strada che  nessuna inaudita e prodigiosa verità potrà redimere.

Non vale, quasi in funzione apotropaica, effigiarli schiacciati dal peso del campanile della Chiesa Collegiata a Manduria, certo è messaggio di speranza vedere quel volto che Pasquale trasporta nella sua tela dubbioso, terrificante e mistificatore, schiacciato dalla  grande mole della Torre Campanaria, fermato nella pietra da qualche anonimo scalpellino, impotente ed in catene nella materia, incapace di nuocere, ma monito ed ammonimento a chi vuole dimenticare.

Pasquale riprende il volto e l’incubo di quell’anonimo scalpellino di qualche secolo prima, facendolo attuale e gridando ai nuovi signori che si è assediati anche al centro dei propri valori, che si è vulnerabili nel cuore dei propri sogni, che si rischia di essere sconfitti dall’oblio della memoria.

Se improbabile è la Roma di Pasquale, inverosimile dovette sembrare allo stesso la Lecce, piccolo e barocco capoluogo della Provincia,  del 1784 ,ovvero, di sei anni prima la realizzazione della tela che ci occupa.

In tale data “ I Turchi allora si affacciarono nei porti della Puglia , e si videro anche a Lecce, dove, dice il Palumbo, “ Furono accolti come salvatori e furon fatti girare per la città in carrozze” fra molte ovazioni. Furono impiegati per assicurare l’ordine, ma , divenuti molesti per ubriachezza e insidie alle ragazze bisognò allontanarli”.

Questa Lecce è la Gerusalemme del “Martirio di S. Stefano” del Carpaccio, ove il dramma del martirio del Santo avviene in una Città popolata da gente festosa e con turbanti.

Nella sua Roma il Bianchi sembra avere davanti agli occhi le Stampe di E Schoen con bambini rapiti alla cristianità ed impalati, prigionieri razziati e venduti come schiavi.

Per il Bianchi attuali e contemporanee sono tali razzie se solo si pensa che l’ultimo sbarco, in termini cronologici sulle nostre coste  di Barbareschi avviene “nel 1816 a marina di Manduria”

Pasquale nei suoi quadri sembra far proprie le parole di Papa Pio II “Contro questi Turchi che bestemmiano il nostro Dio, devastano le nostre Chiese, e lavorano a distruggere del tutto il nome cristiano, nessuno osa impugnare le armi. Sì tutti siamo codardi, tutti abbiamo tralignato e , resi buoni da  nulla, non v’è chi faccia il bene, non ve n’è neppur uno…..”

La presenza, nella tela di Pasquale, in mezzo alla Roma implorante e agonizzante, di questa quinta colonna del male, vuole essere un campanello di allarme a non cedere di fronte alle lusinghe delle alleanze e dei giochi di potere che avvengono sulle spalle dei deboli e dei più indifesi.

Eppure la Chiesa per secoli aveva lavorato sulle coscienze istituendo festività, come quella di Nostra Signora delle Vittorie, proclamata da Pio V dopo aver appreso della vittoria di Lepanto e  Papa Callisto III aveva ordinato di recitare quotidianamente L’angelus contro la minaccia Ottomana.

A livello locale forte era il culto della Madonna  di Costantinopoli, che indusse anche a Manduria a  di riedificarLe, sul corso principale un tempio grande e spazioso invece della vecchia Chiesetta a Lei intitolata, l’attuale Chiesa di S. Leonardo.

In esso è ancora conservato, e di recente restaurato, un prezioso dipinto che attesta il patrocinio della Vergine di Costantinopoli contro i Turchi  datato , secondo il De Marco 1646 .

Di   stesso soggetto un dipinto , che fonti orali dicono essere stato presente nella chiesa Collegiata.

Ai Santi Orientali si chiede il patrocinio contro questo inaudito pericolo quasi che la loro origine  e provenienza siano forieri di maggiore credibilità  e   autorevolezza.

Così sempre  nella chiesa Collegiata attualmente restaurata ed ubicata presso la sagrestia vi è un quadro rappresentante:  Committente ; S. Nicola , Vescovo di Mira, che intercede presso la Vergine di Costantinopoli.

Non sappiamo se questo committente sia scampato al pericolo Turco o forse sia stato rapito dagli stessi e  riscattato con il pagamento  del relativo obolo.

Il fenomeno fu talmente diffuso che alcuni Papi  concessero le indulgenze a chi contribuiva a dette collette ed in molte parti dell’Italia meridionale nacquero congreghe laicali a ciò deputate, nonché ordini religiosi quali quello dei Padri di nostra  Signora del Riscatto  

Tradidi in manu tua omnes vinctos” che tradotta dal Tarentini “ Nelle tue mani sono affidati i carcerati”, scriverà sulla tela presente nella Chiesetta di S. Leonardo a Manduria l’altro pittore contemporaneo al Bianchi ed operante anche in Manduria :   Vincenzo Filotico ( 1748-1837)

La tela in cui è contenuta detta iscrizione raffigura infatti S: Leonardo che intercede per i prigionieri presso la Vergine di Costantinopoli.

Ed invero il culto di questo Santo crebbe a dismisura e si propagò nell’epoca delle crociate avendo tra i suoi devoti il Principe Boemendo d’Antiochia che “preso prigioniero dagli infedeli nel 1100 attribu  la sua liberazione nel 1103 al Santo.”

In  Manduria,  a tale congrega era affidato il compito di questuare per le vie del borgo al fine di raccogliere fondi per i prigionieri e non è azzardato ipotizzare che, non dissimilmente da altre parti del Meridione, originariamente questi fondi potessero servire per il riscatto di coloro che erano caduti nelle mani degli infedeli  .

La Cristianità assediata e minacciata è però motivo dominante in Pasquale.

Essa è tarlata da mali interni e  da trionfanti nemici esterni, e le armi vanno innanzitutto puntate contro i tarli che minano la Cittadella della Fede, trovando il Bianchi sulla stessa lunghezza d’onda del pensiero ,di qualche secolo prima, di Erasmo e Lutero.

Fare ammenda , rivedere alla luce dei propri sbagli la propria vita , addentrarsi nei sotterranei del proprio spirito , scontrasi  e confrontarsi con la parte demoniaca di se stessi, con il proprio doppio e la proprio negatività, questa è la scelta empirica di sperimentazione e disagio, esaltazione e vergogna che Pasquale sceglie per se ed addita per gli altri.

Gli antichi alchimisti, nel loro universo iconografico e simbolistico, scelsero la Croce che il Venerdì Santo veniva condotta nella processione dei  Misteri, quale Summa rappresentativa della loro ascesi  e ricerca.

I chiodi , la tenaglia , il martello , la mano, la scala a sette gradini ,la corona di spine ecc, erano rapportati a simboli e momenti del loro lavoro e della loro macerazione ,ognuno rappresentava una eclissi tragica ed esaltante , sentiero doloroso e luminoso per addivenire alla perfezione del manipolatore della materia e della materia stessa.

Impressionante risulta la simbiosi, estrapolandoli dal loro contesto, tra la simbologia del Bianchi e uno scritto del 1500.

In tale scritto infatti si legge “E se vi mettete a combattere ora, contro il Turco, siate assolutamente certi, e non dubitate, che voi non lottate contro esseri in carne ed ossa, diversamente chiamati uomini…Al contrario, siate certi che voi lottate contro una grande armata di diavoli….Quindi non fidatevi della vostra lancia, della vostra spada, del vostro archibugio, della vostra forza e del vostro numero, perché i diavoli non ne tengono conto….Contro i diavoli, bisogna che noi abbiamo degli angeli presso di noi, è quello che succederà se noi ci umiliamo, se noi preghiamo Dio e se abbiamo fiducia nella sua parola”.

Dette parole erano state scritte da quel Lutero pericolo e  apostata per la Cattolicità.

Pasquale sembra nella sua tela sposarne il rigore morale e le scelte risolutive, condividerne il ritorno rivoluzionario ad una Fede fiduciosa e combattente.

Questo rigore, questa scelta radicale fa cadere dagli occhi del Pittore quelle maschere che S. Agostino atterrando smuove dai visi degli eretici, fa scorgere il pericolo ove esso è , contro e nonostante i giochi delle diplomazie che trasformano in amici chi poco tempo prima aveva derubato e razziato, usando in questa nuova fase  della sua aggressione l’arma perfida dell’insinuazione e del dubbio.

Pasquale nelle sue opere dimostra di  conoscere la cultura Islamica solo attraverso i suoi aspetti  più immanenti, ignorando la prodigiosa finezza e saggezza che la sottende, ignorando la squisita religiosità e rispetto per il sacro che la muove..

Pasquale non sa che nel 1630 addirittura a Padre Joseph era stato consigliato di ritirare i Cappuccini dal  Levante “ per paura che si facciano Turchi”, in quanto la limitrocità con quella cultura potava a conversioni spontanee e preoccupanti nella cristianità.

Pasquale non vede  mussulmani offrire quello spettacolo indecoroso di fuga nelle epidemie, che qualche tempo dopo in Manduria, durante la seconda epidemia di colera la classe borghese e degli agrari  con scempio e viltà fece   proprio.

Loro restano sereni mentre trionfa la morte, altra spiegazione per Pasquale non può essere che la simbiosi con la stessa.

Pasquale non conosce le parole di Maometto che di fronte alla peste si esprime affermando che “Ogni fedele che non fugge, sarà colpito soltanto se Dio l’avrà previsto , e allora sarà un “Martire”, proprio come chi muore nella Guerra Santa”.

Pasquale vede nei corpi degli appestati i nuovi martiri della cristianità , come martiri vedono i mussulmani nei caduti nelle epidemie.

Pasquale , in fondo dimostra di essere  vicino a quella cultura Islamica più di quanto esso stesso creda, in quanto fa propri introitandoli alcuni aspetti essenziali.

Egli è si atterrito, ma come tutte le paure è anche attratto ed inconsapevolmente affascinato.

Quella  Roma del dipinto è si un “altrove”, ma il suo “altrove” fatto di credo , voglia di ascesi, ma anche di angustità di orizzonti, di pochezza  negli ambienti che lo circondano che sì gli consentono di vivere, ma che soprattutto gli fanno intellagire che non esistono sogni troppo grandi, ma solo ali troppo piccole; distanze troppo grandi. ma solo gambe troppo deboli; realtà troppo complesse ma solo pregiudizi ed alibi troppo comodi  .

Pertanto non stupisce se egli comunque nel suo dipinto non rimandi alla  “Scamiciata”, cavalcata e combattimento rituale che si svolgeva durante i festeggiamenti in onore di S. Gregorio Magno a Manduria, in ricordo degli scontri con i Turchi.

Pasquale ha dichiarato nei suoi  personaggi di aborrire la violenza, di negare il potere di voler ricacciare Wotan nel suo paradiso di sofferenze e di morte.

Lui si dipinge atterrito guardare all’oscena parata di quei minuscoli personaggi che solo il crepuscolo della ragione rende  giganti e che solo  il trionfo dell’umanità sotto tutti i suoi aspetti ed auspici renderà innocui.