Nascita e Gioventù di S. Gregorio

Biografia Universale vuole che per ordine di Giovanni Vili il diacono Cardinale della Chiesa Romana, Giovanni, avesse scritto in quattro libri la vita del nostro santo, vissuto trecento anni prima. Il motivo che spinse il Pontefice ad emanare quell'ordine fu il seguente.

Assistendo egli coi prelati al solenne uffìzio che cantavasi in Roma ad onore di S. Gregorio, quell'augusta assemblea rimase mortifìcatissima, perché nel mattino della festa, non si faceva menzione alcuna delle memorabili gesta del santo; laddove sassoni e longobardi conservavano già la tradizione della dottrina e Santità di S. Gregorio, eccitandone così la devozione fra i fedeli. Se ne mormorò tra i prelati; ed il Santo Padre, ritenendo giusto il loro lamento, comandò al cardinale Giovanni Diacono di compilare la vita del santo. Si scusò questi sul principio, come incapace; ma, persistendo il Papa nel suo volere, intraprese l'opera che divise in quattro libri.

Quest' autore fu la prima fonte da cui attinsero gli altri scrittori epoche e gesta di S. Gregorio; però egli toccò di volo le circostanze riguardanti la nascita e gioventù, avendo altre cose più importanti da narrare. E noi, privi di altra guida, non possiamo riferire più di quanto egli ci tramanda, pur non avendo trascurato di ricercare in altre opere, che però ebbero origine dalla sua.

Nacque S. Gregorio in Roma verso il 540, al tempo delle guerre di Belisario, dai ricchi e pii anzidetti Gordiano e Silvia. La grandezza di questo uomo ci richiama che i nomi imposti ad uomini straordinari, esprimono quasi sempre i grandi disegni che Dio ha concepiti su di loro, e le grandi imprese a cui li destina. Gregorio è vocabolo greco che significa vigilante; e non a caso fu imposto al nostro santo, poiché dall'insieme della sua vita, l'universo intero ammirò il parallelo del nome, con l'uomo che sì degnamente lo portava.

La pietà, il candore, l'innocenza accompagnavano la fanciullezza di Gregorio. L'inclinazione che in lui si osservò prima d'ogni altra fu il grande amore per i poveri: onde poteva ben dire con Giobbe: "Ad infantici meo. crevit mecum miserano " che cioè, la compassione fosse nata con lui. Ne queste furono le sole virtù da lui praticate. La penetrazione e vivacità del suo spirito indussero Gordiano a mandare il figlio allo studio innanzi tempo; sicché appena uscito Gregorio dall'infanzia, fu affidato a bravi maestri che seppero coltivare l'ingegno che il Signore aveva profuso al fanciullo a loro destinato. S'applico egli con tutto l'impegno allo studio della Grammatica; e quindi apprese Rettorica, Filosofia, Leggi civili e Canoni. "suo profitto fu tale", scrive il Rohrbacher,"che non la cedeva in dottrina ad alcuno dei suoi condiscepoli: giovinetto ancora ascoltava attentamente le sentenze degli antichi classici e se le scolpiva nella memoria: nulla amava più che conversare coi vecchi per far tesoro della loro sapienza".

Secondo il costume del tempo si dedicò allo studio delle arti liberali, addivenendo eccellente musico e poeta, come lo mostrano il canto ecclesiastico che di lui ha il nome anche oggi, il canto Gregoriano, ed i molti inni sacri del Breviario Romano. Si dette pure all'Eloquenza, arte decaduta in quell'epoca, ma indispensabile ai patrizi romani ai quali apriva l'adito alle civili carriere. Vi riuscì benissimo; anzi dette, con lo  studio dei classici, la nuova Eloquenza Cristiana.

L'impegno allo studio non diminuì per nulla nel suo cuore quello per  la virtù, il quale, col sangue gli fu trasfuso. Avendo nella sua famiglia tutto ciò che potevalo rendere illustre agli occhi del mondo: nobiltà, onori, dignità, ricchezze, pure fu alieno da ogni umana grandezza. Apprezzò solamente ciò che poteva contribuire a farlo divenire grande agli occhi di Dio, e quindi: la pietà dei parenti suoi, la Santità di sua madre e tutti gli esempi lasciatigli dai suoi maggiori, furono la norma della sua vita.

Avanzi di paganesimo, lubriche feste, indecenti spettacoli, sozzure di ogni genere esistevano tuttora e corrompevano Roma nel secolo del nostro santo. S. Benedetto da Norcia, in sul tramonto del secolo precedente, giovinetto ancora, per timore di cadere in quelle turpitudini e macchiare la sua purezza verginale, abbandonò Roma e cercò la solitudine: S. Cremori o tenne al contrario. In mezzo alla corruzione ed ai pubblici clamori resta, perché sente la voce della virtù superiore ad essi; e li vince e si conserva puro. E gli spettacoli e le feste per lui sono: le solenni  cerimonie con cui la Chiesa onora i suoi santi, le visite ai sepolcri dei  martiri, ai sacri templi, e le indefesse cure per gli orfani, lo zelo ardente  per la carità assorbono ogni ritaglio del suo tempo. Vergine per elezione,  vince gli impulsi del cuore che cospirano contro la virtù della purezza,  signoreggia la propria volontà e domina le umane inclinazioni. Vive egli  in mezzo al mondo corrotto, ma non ne vien macchiato; anzi gl'illibati  suoi costumi rifulgono fra le turpitudini e stabiliscono ammirabile contrasto tra l'eccezione di una vita santa e la dissolutezza dell'epoca!

Esemplare di ogni virtù nella scuola, restavano i suoi maestri sorpresi, ammirandone la pietà, il candore dei costumi; onde lo proponevano  per modello ai suoi condiscepoli. Eglino, in ogni occasione, di lui parlavano con ammirabile compiacenza, vedendo che loro fatiche producevano in lui copiosi frutti. Esemplare di perfezione nella casa i suoi servi  lo avean modello: castigato nel dire, sereno nell'operare, docile nel riprendere, arrendevole negli altrui bisogni, severo con sé, mite con tutti.  Esemplare di castigatezza nella società, i suoi costumi intemerati delineavano una grande riforma. Il tratto, l'incesso, le azioni luminose, erano per tutti un mezzo efficace di edificazione. Esemplare di santità, il  clero romano ne ammira le protratte astinenze, i non interrotti digiuni, le  veglie continue e lo spirito della preghiera e dell'orazione che primeggia in quell'anima grande. Tante virtù d'infanzia e di giovinezza, tanti doni di nascita, di genio e di fortuna. Dio non li aveva largiti nel suo spirito predestinato che per disporlo a grandi imprese, ne il sentimento universale tace, poiché da tutti viene ammirato, da tutti se ne paria nella città di Roma, da tutti si vaticina, tutti lo designano un grande, un benefattore dell'umanità. La corte lo profetizza un intemerato magistrato, un legislatore profondo: il monachismo già nato in occidente v'intravede un secondo Benedetto: il clero lo preconizza un Santo Pontefice; i dotti uno dei più sapienti del suo secolo: i mali che affliggevano Roma un rimedio. Tutte queste predizioni si avverarono pienamente come noi vedremo nei seguenti capitoli.