| S. Gregorio e l'Italia Ci siamo occupati fin'ora a dare un cenno dell'uomo che degnamente occupò la Cattedra di S. Pietro nella fine del VI e nel principio del VII secolo, riguardandolo come gran Santo e come gran Pontefice. Toccammo di volo alcuni tratti storici che ci chiamavano sul campo politico ove spese una buona parte della sua vita Pontificale. Credemmo opportuno però di rimandare fino ad ora quelle grandi azioni di Gregorio che lo mostrano il più grand'uomo politico dei suoi tempi; e ciò, non solo per tenere ordinata la narrazione delle sue gesta, come Santo, ma benanco per dare un maggiore risalto alla sua vita politica. A raggiungere però quest'ultimo scopo, ci fa mestieri conoscere: 1°. Le condizioni d'Italia ai tempi di Gregorio. 2°. I mezzi da lui usati, o meglio, i grandi sforzi sostenuti per liberarla dai mali che l'affliggevano. Le sventure d'Italia, dopo Totila e Teja, crebbero fuor misura quando l'esarca Narsete, per vendicarsi dell'ingiuria ricevuta dall'Imperatrice Sofia, chiamò in Italia i longobardi, capitanati dal loro rè Alboino. I longobardi, così chiamati dalle lunghe barbe che cresce vansi, secondo alcuni e secondo altri dalle lunghe alabarde che usavano in guerra, calarono nella nostra patria con le relative famiglie, valicando le Alpi, verso il 567 senza alcun contrasto da parte dei difensori della penisola. Negli anni seguenti presero Mantova, Trento, Brescia, invasero quindi la Liguria e le Alpi Cozie, l'Emilia e la Toscana infino a Roma. Tranne questa, ridotta a ducato, Ravenna, residenza dell'esarca. Amalfi. Sorrento, Gaeta, Bari ed altre città di riviera dell'uno e dell'altro mare, ove italiani e greci stavansi in buona pace, quasi tutto il resto della penisola fu occupato dai longobardi stanziandovisi in permanenza. Ad Alboino, rè longobardo, successe Cleri, poi trentasei duchi e dopo questi venti altri rè. Questa razza germanica fu quasi sempre flagello d'Italia che allora solamente respirò aura di libertà, quando Papa Stefano III, ed il suo successore Adriano invocarono l'aiuto dei franchi. Stefano chiamò Pipino contro Astolfo, spergiuro, penultimo rè longobardo, Adriano chiamò Carlo Magno contro Desiderio, anche spergiuro, che fu preso nell'assedio di Pavia, esiliato a Liegi e poscia a Gorbia, ove abbracciò vita monastica, nella quale perseverò fino alla morte tra le pratiche della più austera penitenza. Con Desiderio "... terminava adunque il regno longobardo che era durato più di due secoli sopra gì 'italiani, senza acquistarsene l'amore e senza dare un solo uomo grande: terminava come quelle dominazioni forestiere, che per alcun tempo surrogano la forza al diritto, e possono farsi temere, non amare". Il monaco Paolo, figlio di Vanefrido, più comunemente inteso sotto il nome di Paolo Diacono, forse l'unico cronista dei longobardi, longobardo anch'esso, nel descriverci i costumi e le gesta dei suoi compatriotti, quasi tutti ariani o pagani, ci mena nel campo che ci riguarda. Alboino, riuscito finalmente a sopraffare Cunimondo, ne usurpò i diritti e preso dalla bellezza di Rosmunda, figlia del'estinto nemico, la trasse sposa. Ebro della vittoria e guidato dai più feroci sentimenti di vendetta, impose a Rosmunda di bere nel teschio di suo padre. Bevve Rosmunda; ma, indignata, concepì ed effettuò la misera fine di Alboino. A questi successe Clefi, inumano e crudele, che pure morì ucciso. Venne poi il duca Farualdo che assediò strettamente Roma, dopo aver disfatto l'esercito imperiale comandato da Baduario, genero di Giustino: assediò anche Napoli e prese Benevento. Più tardi gli altri duchi longobardi, cupidi di oro, assassinarono la più parte dei patrizi romani, spogliarono le chiese, dispersero sacerdoti e vescovi, oltre quelli che uccisero, diroccarono tempi e città e devastarono le campagne. Sacrificarono quaranta cristiani perché rifiutaronsi di adorare la testa di una capra ed altri quaranta perché non mangiarono, in disprezzo della propria religione, le carni offerte agl'idoli. Saccheggiarono Val di Susa, incendiando e distruggendo quanto loro capitava. Sconfìtti dai franchi, vennero con questi a vergognosa pace e coi medesimi si strinsero in amicizia nell'intento di poter meglio opprimere l'Italia. Pelagio Secondo scongiurava i francesi a rompere "l'amicizia dei nefandissimi longobardi nemici di Roma e dell'Impero". Impegnò quindi Tiberio a salvare l'Italia e gli spedì quale Nunzio il nostro S. Gregorio che non ottenne, come si è narrato, altro che insufficienti mezzi ed inutili consigli. A Tiberio succedeva Maurizio, al quale Pelagio stesso descriveva gli esecrabili eccessi dei longobardi e lo pregava di pronti soccorsi. Maurizio, trovandosi a combattere gli unni, avari, slavi e persiani, non fece altro che spedire un ambasciatore a Chidelberto rè dei franchi, con 50000 soldi di oro. Lo impegnava così a salvare l'Italia. L'esercito franco muovevasi, quando i longobardi scelsero a loro rè Autari, figlio di Clefi. I franchi per la via dell'El vizia e Romano, Esarca imperiale che guidava i greci, per quella dell'Adriatico assalirono i longobardi, i quali vedendosi impotenti a tener fronte ai due eserciti, si rinchiusero nelle fortezze. I francesi che, per l'oro di Maurizio, erano venuti a combatterli, s'indussero, anche con l'oro che segretamente gli stessi longobardi gli offersero, ad abbandonare l'impresa. Liberi così del più forte nemico, rincrudelirono i longobardi contro l'Italia. Incendi, rapine, uccisioni ovunque, castelli e città distrutte, disperse le famiglie, sbanditi i religiosi, violate le chiese, atterrata la monumentale abbazia di Monte Cassino, da per tutto confische, schiavitù, strage e morte. Papa Pelagio novellamente insistè presso Maurizio, il quale ottenne dai longobardi una tregua di tré anni che fu poi rotta dai medesimi. In questo frattempo la peste di Roma tolse la vita a Pelagio, a cui successe Gregorio. Questo grande Pontefice avrebbe trasformato l'impero romano in monarchia Cattolica, se invece di Maurizio avesse trovato sul trono quel Teodosio che trovò il S. Vescovo di Milano, Ambrogio. Gregorio, l'uomo predestinato ad arrestare i barbari, a frenare le eresie ed a instaurare l'universo all'ombra della Croce, avrebbe senza dubbio ottenuto l'unità politica, come ottenne la religiosa, se lo scettro di Costantinopoli non ne avesse continuamente intralciata l'opera. D'altronde "Gl'italiani guardavano il Pontefice qual rappresentante non solo della vera Fede ma della nazionalità; e più il fecero quando sulla Cattedra di Pietro si assise Gregario Magno, che sentiva l'importanza del grado e tutta ne spiegò la dignità". S. Gregorio, come Pelagio, guardava nei franchi l'unico mezzo di salvezza per l'Italia; onde i Franchi scesero nuovamente in Italia; ma un morbo epidemico s'introdusse nel loro agguerrito esercito e furono costretti far tregua coi longobardi. Autari profittò di questa tregua, negoziò coi Franchi, distogliendoli colle persuasioni e corrompendoli nuovamente coli'oro e così svanì l'alleanza francogreca. Durante i negoziati, il veleno propinato ad Autari lo tolse di vita e S. Gregorio ritenne che quella morte fosse stata un meritato castigo inflittogli dalla Divina Giustizia. A quell'uomo, carico di gravi colpe, successe al trono Agilulfo, il quale, volendo riconquistare Perugia, manda colà Ariulfo con numeroso esercito. S. Gregorio scrisse ai suoi generali Veloce, Maurilio, Vitalino, affinchè tenessero di vista le mosse dell'esercito di Ariulfo e lo assalissero alle spalle qualora battesse la via di Roma o di Ravenna. Questi avvisi non giunsero forse a tempo debito ed Ariulfo arrivò fin sotto le mura di Roma, commettendo barbarie ed eccessi d'ogni specie. Il Pontefice, addolorato da tanti guai al suo popolo, si ammalò e cercò la pace anche per danaro, urgendo al suo cuore l'interesse dei suoi figli. L'esarca di Ravenna, Romano, da una parte impediva che il Santo comprasse la pace, dall'altra spogliava Roma dei suoi presidi per aiutare Ravenna. Fu allora che il Santo si lagnò amaramente con Maurizio, inviandogli all'uopo speciali deputati. Non ostante però l'abbandono di Maurizio, i rimproveri che questi gli rivolgeva e gl'impedimenti che poneva all'opera sua, pure perseverava con tutte le sue forze per salvare l'Italia, e gli avanzi che in essa erano ancora del dominio imperiale, che facea presentire il suo tramonto. Spogliata Roma dei suoi presidi, S. Gregorio interpose la media zione del Vescovo di Ravenna presso l'esarca, affinchè acconsentisse a comprare la pace. Contemporaneamente scriveva ai vescovi eccitando il loro zelo per la difesa delle città episcopali: comandava loro di vegliare assiduamente alla costruzione, riparazione e difesa delle mura e delle fortezze e fornirle ancora d'uomini valorosi, nonché di munizione da bocca e da guerra. Al Vescovo di Terracina fece pervenire lettere colle quali dicevagli: "Abbiamo udito che molti si consono dal far la guardia sulle mura. Vostra fraternità avrà cura che ninno sia dispensato da questo dovere alla sua volta... ma tutti sieno obbligati, affinchè a vicenda vegliando, si possa meglio con l'aiuto di Dio, guardar la città". Con alquanti soccorsi mandò in Napoli il tribuno Costanze latore di un caldo appello ai soldati Napoletani in cui diceva che ubbidissero al tribuno spedito loro ed al quale affidato aveva il comando della Città per combattere contro Arrigi, duca di Benevento. Scrisse anche al Vescovo di Gallipoli esortandolo a premunire quel forte e farlo guardare da abili difensori. Ad Occiliano scrisse pure esortandolo ad alleviare le gabelle imposte ai cittadini di Otranto di cui era tribuno, affinchè non disertassero con danno della città tenuta d'occhio dai nemici. Nel mentre che S. Gregorio vegliava sul meridionale d'Italia, vigilava attentamente su Roma e premunivala contro l'assedio che le minacciava Agilulfo, il quale, varcato appena il Po, si avviò a grandi giornate ad assediare quella Città. Roma spogliata dai suoi soldati, condotti dall'esarca a Ravenna, resistè col suo deboi presidio, difendendosi valorosamente. Agilulfo, vista la difficoltà dell'impresa sostenuta e diretta dal Papa e adescato dai doni del medesimo che sapeva largheggiare nelle circostanze, a bene del suo popolo, si ritirò dal territorio romano. S. Gregorio, in mezzo a questo trambusto teneva pacifico commercio di lettere con la pia Teodolinda che rese propizio il suo sposo ai cattolici e che poi convertì assolutamente al Cristianesimo, come vedemmo a suo luogo. S. Gregorio non era solamente il capo del Cattolicismo: era pure italiano; e nel suo cuore aveva quindi l'Italia, cara patria sua, il primo posto fra le nazioni. Appunto perciò gli premeva molto la pace coi Longobardi: questa avrebbe liberato l'Italia di uno dei suoi più fieri nemici. Scriveva quindi a Costanze, Vescovo di Milano e gli diceva: "Tenetemi esattamente informato di quanto avviene fra Agilulfo e l'esarca, perché io son pronto ad usare ogni lecito mezzo, anche a largire danaro, purché conseguisca la pace; e quando non potessi ottenerla per tutta l'Italia, come ardentemente desidero, la vorrei almeno pel ducato di Roma, onde più non vegga esposto alle calamità della guerra questo popolo che sono in dovere di amare sopra ogni altro". Da questi ardenti desideri, spinto sempre il nostro Santo, lo vedemmo far proposte di pace a Maurizio il quale si burlò di lui trattandolo, con urbana semplicità, da fauto. Allora fu che il Pontefice, vestendosi del carattere della Sovranità, ruppe le relazioni diplomatiche con Costantinopoli, richiamando i suoi nunzi o rappresentanti alla corte romana e mai più li spedì se non quando gli furono richiesti da Foca. Da uomo avveduto qual'era, conosceva che il vero interesse di Maurizio, e dei suoi esarchi, non era punto l'amore ed il benessere d'Italia, ma il teologizzare in tutte le controversie religiose, il vendere le cariche, il favorire, sebbene occultamente la Simonia ed il succhiare il sangue dei popoli italiani. A tal proposito in opportuna ricorrenza ebbe a dire: "Fan più male all'Italia gli agenti imperiali che non tutte le spade de' Longobardi ". All'esarca Romano fu sostituito Callinico, uomo più umano e retto, ma la sua umanità e la rettitudine non fu sufficiente a reprimere le scorrerie longobarde che continuavano a desolare l'Italia. Il Papa intanto avvisava sollecitamente il Vescovo di Terracina a tener difesa quella frontiera romana minacciata: avvisava pure il Vescovo di Cagliari, ordinandogli di premunirsi contro una seconda calata dei longobardi nell'isola di Sardegna e non lasciarsi sorprendere come la prima volta. Scriveva ancora ai siciliani affinchè si tenessero pronti alla difesa, e frattanto negoziava la pace a mezzo dell'Abate Probo, pace, che altro non fu se non una tregua. Durante questa o poco dopo S. Gregorio, con suo grande dolore, vedeva verifìcati i suoi giusti presentimenti: Maurizio, insieme a tutta l'imperiai sua famiglia fu decapitato, pronunziando, ad ogni vittima che vedeva cadere sotto i suoi occhi, quelle parole del Salmo: "Giusto sei o Signore, e retto è il tuo giudizio". Nell'impero gli successe Foca. S. Gregorio lo felicitò unitamente all'Imperatrice Leonzia, raccomandadoeli grandemente l'Italia. "Cessino, gli aggiungeva, le insidie dei testamenti e le donazioni violentemente esatte; tomi ad ognuno la possessione sicura delle proprie robe; chi possiede senza/rode possegga senza timore: si restituisca sotto il giogo di un Impero pio la libertà di ognuno: Che questa differenza vi corre tra i rè delle genti e gl'imperatori della repubblica, che quelli son signori di schiavi, questi di liberi". Richiesto il Santo di un suo rappresentante dall'Imperatore gli spedì in qualità di Nunzio della Sede Apostolica il diacono Bonifacio. Raccomandò a questi di manifestare a Foca i grandi mali che da trentacinque anni straziavano con ogni specie di patimenti l'Italia, oppressa dalla forza dei longobardi e dalle estorsioni dei ministri imperiali. In questo mentre si riaccese la guerra tra i romani e i longobardi, guerra che sarebbe stata l'esterminio della povera Italia se il Pontefice non avesse conchiusa una tregua da durare sino al primo aprile 605. La fine della stipulata tregua non fu veduta dal nostro santo. Nei Divini voleri era stabilito che quest'uomo, degnissimo capo della Chiesa Cattolica ed affettuoso figlio dell'Italia sua, non avesse in terra la consolazione di mirare gli ultimi frutti di una vita sì laboriosa ed efficace, dedicata al meglio dell'innumerevole gregge affidatogli e particolarmente dell'Italia. Ci pare qui utilissimo riferire un brano del celebre Gibbon che, se sciaguratamente dissente dalla Religione Cattolica Apostolica Romana, ha però il gran pregio di essere assolutamente esatto a proposito di questo Pontefice. "In nessun tempo, prima del Pontificato di S. Gregario, le sorti di tutta l'Europa non erano state più compiutam.ente riposte nelle mani di un solo uomo; mai dal tempo degli Apostoli, nessun Pontefice non aveva raccolto in sé tanti titoli ali 'ammirazione ed alla gratitudine della posterità. Se l'ultima scintilla della civiltà non è morta in Occidente, è stato merito suo. Salvando Roma dai longobardi, convertendo l'Inghilterra, egli apparecchiò gli avvenimenti che produssero l'Europa moderna ... E' impossibile, come l'Europa sarebbesi rialzata dalle sue rovine, se Roma, l'ultimo propugnacolo della scienza e dell'ordine fosse anch'elio caduta; e lo sarebbe senza S. Gregario, senza il papato. Gregario con una virtù ed una magnanimità incomparabili, respinse l'invasione, senza dimettere il suo carattere di cristiana dolcezza; egli salvò la sua patria e con lei il solo vivaio di quella stirpe di Apostoli, che, in manco di un secolo dopo la sua morte, fecero di nuovo convcrtito e civile l'Occidente con una rapidità ed una riuscita meravigliose. |