Miracoli

Oltrei grandi miracoli operati in vita dal nostro Santo, dei quali parecchi abbiamo raccontati nel corso di questo libro, tanto per non derogare all'uso dei narratori delle gesta dei Santi, abbiamo cercato di offrire al lettore altri miracoli posteriori alla morte del nostro Gregorio.

Gran pascolo avremmo ancora da offrire alla santa curiosità del lettore, se non avessimo dovuto aver presente, in questo passo, la saggia critica che al proposito fanno parecchi scrittori e specialmente il dottissimo e piissimo Cardinale Baronie e quindi riferiamo i pochi seguenti.

Però, ove fosse vivo desiderio la conoscenza dei moltissimi altri attribuiti al nostro Santo, si leggono nel già ripetuto Giovanni Diacono, primo e vasto scrittore della vita di S. Gregorio.

Un pio religioso, credesi Benedettino, molto di voto di S. Gregorio, ammirando i grandi prodigi che il Signore operava per l'intercessione del Santo, si pose a scriverne la storia. A ciò lo indusse il salutare pensiero che i virtuosi esempi e le grandi opere dal Pontefice praticate, potessero servire ad altri d'incitamento.

Il Demonio, prevedendo che la lettura della vita del Santo avrebbe prodotto buoni effetti sull'animo dei lettori, si adoperò a spaventare il religioso affinchè desistesse dall'opera già intrapresa. Il nemico apparve una notte nella cella del frate, ravvolto in un tessuto bianco e trasparente da lasciar vedere tutta l'indecente nudità delle umane forme prese. Il religioso, mirandolo con viva sorpresa, si avvide che gli rideva sgangheratamente in volto e, non avendolo ancor conosciuto per quel che era, cominciò col riprenderlo acremente, ma specialmente per l'immodestia nella quale si permetteva presentarsi agli occhi altrui. L'infame tentatore, nulla curando lo sdegno del pio religioso, passò a deriderlo e, sciogliendo quella più triste lingua, diss'egli: "Insensato! Tu ti poni a scrivere la storia di un uomo morto, che però non esistè mai: povero ingannato! Io mi occuperò a tutta possa per impedire la pubblicazione di tale tua presuntuosa scioccherà". Spense quindi la lampada che ardeva nella cella, incutendo al povero frate tale spavento che quegli credè esser giunto il fine di sua vita; e con modo abituale e fervoroso raccomandò il suo spirito a Dio, pregando S. Gregorio di assistenza in quei momenti. Ma il Santo non tollerò che un tal suo di voto rimanesse in preda a quel terrore, ed eccolo entrare in quella cella con un lume acceso. "Uomo di poca fede, gli disse, perché temi? Non vedi che costui che  ti minaccia e spaventa è il comune nemico ?! " Immobile resta il maligno  alla presenza del Santo che lo indica al monaco e poscia avvicina il  lume al disonesto indumento che bruciando lasciò vedere sotto le forme  di un nero etiope, il Demonio che fuggì dalla cella, restando il religioso  in tanta pace d'animo e più gran fede nel Santo, da moltipllcarsi il desiderio di mandarne a termine, come fece, la storia.

Fu nominato priore del convento di S. Andrea un tal religioso che  l'abate Magisto credè degno di quella carica; ma, accecato colui da rea  passione ne fu schiavo fino a quando la Divina Misericordia lo richiamò  per via di grave infermità. Con la salute tomo la tentazione ed aspra fu la  lotta fra essa e la già corretta coscienza; ma i proponimenti, non essendo  stati fatti con quell'ardore che vale a renderli fermi, si dileguarono e  ricadde. Commise anche un altro fallo gravissimo. Un tale Andrea, amministratore delle rendite del monastero, di accordo col carrettiere dello  stesso e del perverso priore, erasi indebitamente appropriato di alcuni  danari della comunità. Il priore fu anche avaro nel fare quelle dovute  limosine che in numero e quantità erano state determinate dal Santo,  glorioso fondatore del monastero.

Stanca la Divina Clemenza, una notte, che precedeva la domenica stabilita dal Priore a nuovi peccati, S. Gregorio apparve ad un religioso, uomo di provata virtù. Recati, gli disse, dal tuo priore, ed a mio nome, gli dirai che facesse sincera penitenza delle gravi sue colpe, poiché altro non gli resta di vita che tré soli giorni. Pianse lo sciagurato, si pentì della sregolata sua vita e tosto si ammalò così gravemente che la lingua gli si attaccò al palato, non dando altri segni di vita che una stentatissima respirazione: a questo male si aggiunse per lo spazio di sei ore, tale orribile agitazione da incutere spavento agli assistenti. Riavutosi per poco disse ai monaci circostanti: "Ho visto il mio giudizio, sono stato confuso da tutti i miei peccati e specialmente dalle frodi ai poveri tanto cari a Cristo ed a S. Gregorio: sono state presentate ai piedi del Trono di Dio le misure del pane, del vino e delle biade assegnate ai miseri e da me non versate ..." Rivoltosi quindi al lato opposto si pose a gridare: "Andrea, i tuoi perversi consigli saranno per tè causa di dannazione, come sono per me causa di rimorso!" In quel mentre giunse il medico e non trovandolo in alcun pericolo di vita, lo rassicurò che non morrebbe.

Era già sul finire il terzo giorno predetto da S. Gregorio e nell'ora appunto in cui egli apparve al religioso, il priore morì invocando la Divina Misericordia; ed immediatamente si ammalò Andrea così gravemente che venne agli estremi della vita. Sentendosi rimordere la coscienza dei furti commessi, chiamò i religiosi e si accusò di quanto li avea defraudati d'accordo col carrettiere e col priore e terminata appena questa confessione, spirò lasciando gran dubbio della sua etema salvezza;

S. Gregorio, vivente, dispose che in un dato giorno di ogni anno, si desse nel suo convento il pranzo a quaranta poveri. Tale disposizione lasciò come stretto obbligo da soddisfare anche dopo la sua morte; ed altri superiori dello stesso convento, in memoria ed onore del fondatore, introdussero la pia usanza di cibare dodici poveri nel dì della sua festa. Il legato, la pia usanza, ebbero luogo per molti anni; ma in una grande carestia, l'economo del convento, sapiente ed irreprensibile nella condotta, avendo timore che i religiosi potessero mancare del necessario, venne nella determinazione di non adempiere per quell'anno al legato e di sospendere la pia usanza. S. Gregorio apparì ad un ottimo frate di quel convento, gli comandò di presentarsi all'economo e di dirgli: Dio tratterà voi, come voi trattate i poveri ed abbrevierà i vostri giorni, perché avete defraudato gli indigenti. Poco tempo dopo l'economo fu assalito da una gagliardissima febbre che dopo sette giorni lo tolse di vita.

Un prete che viveva in un luogo vicino a Terracina, mal tollerato da alcuni suoi nemici, venne da questi calunniato di grave colpa. Buono come egli era, si affidò alla propria innocenza e trascurò dal difendersi; ma il suo silenzio fu la sua condanna e venne chiuso nel convento di S. Andrea, nel quale stette molti anni e ne pativa tanto che anche l'attività mentale parea avesse perduta. Nello stesso monastero si trovava monaco un suo fratello, al quale immensamente dolevano quelle sofferenze, ed avendo gran fiducia nella pietà del Santo, caldamente lo pregò a restituire al fratello tutta la sua libertà. Le preghiere sortirono il desiderato effetto, poiché apparve S. Gregorio a quel pio religioso e gli disse: "Ho visto le tue lagrime, ho ascoltato le tue preci e le ho presentate al Signore che ti concede la grazia che desideri: domani, aggiunse, prima che si levi il sole il Papa darà opportuni ordini affinchè tuo/rateilo sia messo in libertà e riacquisti ancora il primiero stato d'animo".

Tutto si avverò pienamente.

Un principe anconitano, abusando della propria autorità, permise che un tale di nome Farualdo usurpasse alcune terre di un monastero che S. Gregorio ebbe sempre caro. L'usurpatore corse tant'oltre nell'iniquità da aggiungere anche la profanazione del Santo luogo ove i frati oravano commettendovi sozzure ed eccessi di ogni specie. Non potendo i religiosi sopportare tali enormi bruttezze, favorite dal principe, e non avendo mezzi sufficienti a difendere la causa del Santuario e della pace perduta, ricorsero con fervorosa preghiera a S. Gregorio. Una sera in cui più che mai Farualdo eccedeva nelle sue perversità, apparve il demonio che lo prese per i capelli e lo tenne sospeso in alto, privandolo di tutti i moti delle membra, ed in maniera di non poter neanco aprir la bocca per chiedere aiuto; in questo stato restò tutta la notte. Sul far del giorno apparvegli S. Gregorio che aspramente lo riprese e gli annunzio che presto sarebbe morto, determinandogli anzi il breve tempo di vita che gli restava, e lo sciagurato, tremante chiese perdono, promise di far penitenza e convertirsi. D'ordine del santo il demonio lasciò cadere il tristo Famaldo che venne a morte giusto nel tempo predettogli da S. Gregorio.

In una gran tenuta di un monastero eranvi a lavorar la terra molti coloni; ma spesse volte appariva loro il demonio e tentavali in modo che i più deboli finivano per cedere alle suggestioni del nemico e i migliori erano costretti a fuggire da quella tenuta che restava così priva delle braccia necessario con grave danno del Convento. Venuta a conoscenza dei religiosi la vera causa di quelle diserzioni dei forti e delle tristizie degli altri, pregarono fervorosamente S. Gregorio che intercedesse appo Dio perché fossero liberati dal maligno spirito. Il Santo apparendo ad uno dei migliori di loro ordinò che facessero nella tenuta una solenne processione e promise che subito sarebbe stato fugato il demonio. Eseguito il comando di S. Gregorio, si avverò quanto egli aveva promesso.

S. Gregorio fu l'uomo che riscosse vivente l'ammirazione del mondo, la venerazione dei cattolici; è il gran Santo del quale abbiamo cercato descriverne la vita ed il quale la Chiesa onora. Dio l'ebbe carissimo e lo favorì in vita di grandi consolazioni: non mancò quindi di fargli operare, morto, tanti miracoli dai quali scaturì maggiore la venerazione pel suo servo prediletto.