S. Gregorio si ritira dal mondo si fa religioso

Dolendo S. Gregorio dar principio alla sospirata vita religiosa, comincia dallo spogliarsi dei beni terreni: egli imitava così il Divin Maestro, il quale altra eredità non si riserbò, che la nudità della Croce. Eccolo pertanto all'opera.

Sul monte Scauro si eleva una vasta abitazione che ricorda la nobiltà, la grandezza ed il fasto senatoriale: questa è la casa patema appartenente a Gregorio, in virtù del diritto ereditario. Quivi egli raduna poveri, orfani, vedove, bisognosi d'ogni cosa; ed a larga mano dona loro quanto in essa si trova di utile e prezioso: vasi, stoviglie, suppelletili pregevoli, bisso, porpora, argento, oro, ricordi

degli antichi abitanti, care memorie di antenati, tutto esce dalla casa opulenta. Questo palagio che nell'esterno, con la severa architettura del secolo sesto, conserva il prestigio della grandezza senatoriale, nell'interno, spoglio di tutto, si cambia in umile recesso, ove si assiderà, come in trono dorato, quella risplendente virtù che preparerà la sede a molti uomini santi.

Distribuite ai poveri tutte le masserizie che possedeva, comincia a convenire in opere pie i beni stabili e fonda in Sicilia sei monasteri, dotandoli di sufficienti rendite con terreni e vasti possedimenti che ivi gli appartenevano. Egli invitava così anche gli altri a ritirarsi dal mondo e partecipare alla vera felicità che unicamente trovasi nel servire a Dio. Vende gli altri beni che possedeva nel territorio romano e del denaro ricavato, una parte la distribuisce alla famiglie povere e vergognose, e dell'altra dota e converte la casa patema in un grande monastero che dedica a S. Andrea Apostolo: monastero che esiste tuttora sotto il nome del suo glorioso fondatore ed è posseduto dai padri Camaldolesi. Arendere perfetto questo nascente cenobio, invita egli parecchi santi religiosi benedettini affinchè dirigessero le novelle piante della vita monastica alla più esatta osservanza religiosa. Accanto al medesimo fa costruire un ospedale per ricoverare i pellegrini e i poveri che venivano in Roma per visitare le tombe dei Santi Apostoli e dei Santi Martiri.

Nulla più rimaneva a Gregorio se non la carica di pretore e le ricche vestimenta che indossava; solennemente rinunzia a quella fra l'universale scontento, tosto poi si spoglia di queste per donarle ai poveri, e così nulla di terreno serba per sé. Roma stupefatta, vide circa il 570 il figlio del generoso patrizio Gordiano, il magistrato integro, il suo cittadino zelante, vestirsi delle rozze lane del gran Padre della vita monastica in Occidente, S. Benedetto e volare al monastero di S. Andrea. Allora Gregorio trovavasi in tutto il vigore dell'età sua, contando trentacinque anni.

Ieri, pretore in mezzo al clamori degli uscieri e vestito degli sfarzosi abbigliamenti della carica, ne disimpegnava coscienzioso ed attivo le gravose incombenze: oggi, fra il canto dei salmi, coperto del ruvido saio, nel ritiro, nel silenzio, implora da Dio quella costanza, che sa essergli necessaria per divenire il primo tra i suoi religiosi nel perfezionamento del sapere e della Santità. Si pone intanto sotto la virtuosa dirczione dell'Abate Valentino o, come altri vogliono. Ilari one e Massimo, facendo un severissimo noviziato, durante il quale dette sufficienti prove della sua vera vocazione.

Il principale esercizio, dopo il mattutino e la preghiera prescritti dalla regola, era lo studio della Sacra Scrittura, nel quale trovò una soavità non mai gustata, in modo che "...ebbe a possedere una dottrina, una erudiziene, un 'eloquenza superiore a quelle che si potessero conoscere nel suo tempo".

L'orazione e lo studio erano accompagnati da replicate astinenze, da lunghe veglie e da continui digiuni che solo a quando a quando interrompeva. Ma, o fosse stato il rapido passaggio dalle abitudini contratte in mezzo alle delicatezze che l'antica sua dignità richiedeva, ovvero l'eccessivo rigore con cui aveva intrapreso il nuovo metodo di vita, fu colpito da una seria infermità.

Questa consisteva in un tortissimo dolore di stomaco da indebolirlo tanto che spesse volte lo faceva cadere in isvenimenti; ed altro rimedio non gli fu prescritto, se non di ristorarsi spesse volte al giorno col cibo. Fu grande l'afflizione di Gregorio, non tanto per il male sopraggiuntogli, quanto per il rimedio che era obbligato ad usare; poiché quel rimedio gli vietava del tutto il digiuno.

S'affliggeva poi più, pensando di non poter digiunare il Sabato Santo, nel qual giorno tutti digiunavano, compresi anche i fanciulli. Uno di questi giorni, afflitto più che mai dalla gran pena che soffriva in cuor suo, entrò nel proprio oratorio e, tra le lacrime ed i sospiri, cominciava a pregare, quando si rammenta che nello stesso monastero vi era Eleuterio già Abate nel monastero presso Spoleto, uomo di santa vita, il quale, per aver risuscitato un morto, godeva la stima dei suoi religiosi, come persona avanzata nella Santità. Gregorio si porta da costui e lo prega di voler insieme a lui domandare al comune Padre Celeste il dono del digiuno. Entrambi chiesero a Dio, con grande umiltà questa grazia, pregarono l'uno e l'altro ed alcun tempo dopo Gregorio sente rinfrancato il suo stomaco, già infermo, da un nuovo vigore di vita. La ricevuta grazia attribuì egli piuttosto al merito del suo intercessore, che all'efficacia della propria orazione.

S. Gregorio intanto, mentre cercava di santificare sé stesso e coll'esercizio della preghiera e coli'assiduita allo studio e colla frequenza delle mortificazioni, si studiava anche di procurare la conversione e la santificazione degli altri.

Infatti verso il 576, ancora semplice monaco, passando un giorno presso un principale mercato di Roma, vide esposti in vendita parecchi giovani schiavi di rara bellezza, li fissò in volto come per leggervi qualche cosa, e rivolto ai loro venditori, domandò: a quale patria questi appartengono? Gli fu risposto: sono inglesi o della Gran Bretagna.

"Gl'Inglesi sono essi Cristiani? Oppure sono avvolti ancora nelle tenebre del paganesimo? Ed avutone in risposta che gli angli erano ancora pagani: seccato, esclamò tutto accorato, che uomini di così bella fisionomia, e sì benfatti, sino tanto deformi agli occhi di Dio, essendo creatore del Demonio!'. Angli sono, veramente hanno il volto Angelico, e si conviene che siano coeredi degli Angeli beati".

Compreso l'infelice stato dell'Inghilterra, ancora pagana ed idolatra, s'investe di zelo tutto Apostolico ed immediatamente si porta al sommo P. Benedetto Primo: lo prega, scongiura di mandare banditori del Vangelo nella Bretagna per la conversione di quei popoli, offrendo sé stesso per il primo. Il Pontefice, esaminata con attenzione la richiesta del Santo, gli permette la predicazione nell'isola pagana. S. Gregorio cela la partenza ai nobili e a tutti i conoscenti affinchè non gli fossero di ostacolo; alcun tempo dopo, unitamente ad alcuni religiosi del suo monastero, si dirige al porto per imbarcarsi. Aveva compito il terzo giorno di viaggio, quando i suoi concittadini, venuti a conoscenza del fatto, si affollano intorno al Pontefice che si recava alla Chiesa di S. Pietro Apostolo, e dolendosi di perdita sì grande, scongiurano Benedetto a richiamare il caro Gregorio, aggiungendo "Santo Padre che ci hai fatto? Col lasciare partire Gregorio, hai rovinato Roma, offeso S. Pietro". Costernato il  Papa a queste grida, invia corrieri al missionario e lo restituisce alla  Città. Quello che Gregorio ancora non può fare, farà tosto che sia Pontefice.

 Il vuoto che a lui rimase nel cuore, perché la obbedienza ritardava  ancora l'introdursi del Cristianesimo in Inghilterra, cercò di colmarlo  nella sua cara solitudine di S. Andrea, ove novellamente si pose all'esercizio della vita austera e dello studio. La divina Provvidenza disponeva  diversamente, l'affetto di Benedetto Primo, l'amore del popolo e dei  suoi correligiosi, dovevano distrarlo dai soli tari studi.