| Sotto il velame Lo scopo della presente Nota è di lumeggiare uno degli aspetti della multiforme religiosità popolare salentina: la festa per il santo patrono, festa grande (non importa quanto lo sia il paese o la città) per la larga, spontanea partecipazione dei nativi e degli abitanti dei centri vicini. Per fare ciò ho preferito analizzare e riassumere «una campionatura» soltanto delle feste patronali anziché, esaminati più casi incompleti (perché ciascuno carente di documentazione) fornire un risultato troppo generale o, tutto sommato, poco significativo. Spesso mi sono chiesto, aggirandomi anch’io, talvolta, tra la folla allegra e particolarmente cordiale nel giorno del Protettore, com’ erano state nel passato le feste patronali. Per cercare di saperlo ho rivolto l’attenzione all’annuale festa di una città (alla quale mi legano ragioni di affetto e di studio) ricca di storia e di tradizioni qual è Manduria. Mi è stato così possibile non solo intravedere le origini dell’odierna festa di S. Gregorio ma anche seguirne i mutamenti e le novità nel corso di parecchi decenni. Rendendo a me stesso, «contemporaneo», con l’indagine, quel passato, ritengo di aver meglio compreso gli aspetti odierni della festa unitamente a ciò che di quel passato è rimasto; passato che, in fondo, non è del tutto passato perché, ripetendosi ogni anno, viene in tal modo continuato. Principale Protettore di Manduria è S. Gregorio Magno; compatroni l’Immacolata e S. Carlo Borromeo. Le tré statue, collocate a protezione dell’abitato, si vedono sopra l’arco della porta detta di «S. Angelo». In onore del suo santo il popolo manduriano ha sempre organizzato, a memoria d’uomo e di documento, la festa più grande e più attesa del proprio calendario religioso. A S. Gregorio (come avviene, del resto, negli altri paesi vicini e in moltissimi altri di Puglia) è assegnata tutt’ oggi una duplice data: a marzo e a settembre e, pertanto, una duplice festa distinta, come comunemente qui si dice, in «festa di chiesa» e «festa di paese». La prima vorrebbe ricordare la morte del santo, l’altra la sua ascesa al pontificato. Motivo più vero parrebbe (almeno per la forma che la festa ha preso nel corso di questi ultimi due secoli) quello legato alla stagione: per la riuscita della festa, infatti, fra il tempo di marzo e quello di settembre non si esiterebbe a preferire il secondo. Da circa un secolo a questa parte, la festa di settembre precede di poco i lavori della vendemmia o talvolta coincide con l’inizio di essa. In un passato più lontano, invece, (e possiamo spingerci al primo ventennio dell’800, cioè prima della trasformazione, diciamo così, «a tappe» della gran parte delle colture agrarie locali da semenzabili e vitivinicole) la festa di settembre, e soprattutto le fasi di allestimento che la precedevano, non erano d’impaccio alla maggioranza della popolazione. La festa di chiesa cade l’11-12 marzo; quella di paese il 2-3 settembre. Di quest’ ultima ho cercato di ricostruire le fasi della preparazione, dell’allestimento e del suo svolgimento per il periodo compreso tra il marzo 1785 e l’ottobre 1855 esaminando i dati di un volume manoscritto conservato nella biblioteca «M. Gatti» di Manduria, cioè il registro degli introiti ed esiti per la festa del Patrono. In esso le registrazioni (ora più ora meno chiare e precise, secondo la diligenza del sacerdote-cassiere) si susseguono per quasi tutti gli anni nell’ordi-ne seguente: 1) scopo del ricavato dichiarato nell’intestazione: Introiti ed Esiti per la festa di S. Gregario Magno. Principal Protettore di questa Città dell’antico Mandurio, oggi Casalnuovo, intestazione poi mutata, dopo la costruzione del cosiddetto Cappellone del Protettore 8 e il ripristino dell’antico nome del paese avvenuto nel 1789, in: Introito ed Esito fatto per il cappellone di S. Gregario Papa Magno Principal Protettore dell’antica città di Mandria; oppure cosi variata: Bilancio d’introito ed esito per la cappella di S. Gregario il Grande Principal Protettore della città di Mandria, periodo in cui è in carica ed opera la deputazione per l’allestimento della festa, per es.: Dalli 12 Marzo 1785 fino al 17 Aprile 1786; oppure: da Settembre 1790 a Settembre 1791; oppure: dai primi Giugno dell’anno 1810 in Aprile 1811; o, infine: incomincia dai sette Settembre 1846 fino alla prima Domenica Settembre 1847; 3) elenco nominativo dei deputati (di numero variabile quasi ogni anno, da un minimo di 11 ad un massimo di 21) seguito dal nome del Procuratore generale, sempre l’arciprete della Collegiata, al quale si affianca, dal 1840 al 1852, un cassiere; 4) Ricavato: l’elenco mensile delle entrate coi nomi dei questuanti e, talvolta, degli oblatori. Seguono altre fonti, più varie e più o meno ricche secondo il raccolto dell’annata; Spese: distinte per lo più in E sito per la festa di Marzo ed Esito per la festa di Settembre, precedute quasi sempre dalle spese per alcune voci incluse nel ricavato; 5) Collettivo generale, cioè bilancio delle entrate e delle uscite. Infine il o i razionali nominati del Comune, verifìcano il suddetto bilancio per rilevare eventuali irregolarità nell’amministrazione del ricavato. Le registrazioni, come si vede dalle fotografìe qui riportate, nel corso degli anni si susseguono brevi, scarne, essenziali. Solo ogni tanto qualche precisazione, qualche riferimento più chiaro rinviante ad un contesto tardo settecentesco non solo cultuale ma anche e soprattutto socio-economico. La festa di S. Gregorio dovette proprio in quell’anno 1785 ritrovare la propria identità e richiamare la partecipazione degli abitanti di Casalnovo perché la prima pagina del registro reca la seguente intestazione: Introiti ed Esiti/Per la festa di S. Gregario Magno, Principale Protettore di questa Città dell’antico Mandano, oggi Casalnovo, Ritrovata con tutta solennità, e con generale Processione nel Marzo corrente anno 1785 (v. foto). Queste ultime parole (da Ritrovata in poi) non si ripetono più nelle intestazioni degli anni seguenti. Segno che o la festa s’era interrotta da tempo o prima d’allora essa non aveva avuto un comitato capace di organizzarla puntualmente ogni anno. Cosi, a prima vista, parrebbe di capire. Ma a cercare di spiegare quel «festa ritrovata» forse non è superfluo ricordare talune circostanze. Tré anni prima, infatti, il 10 febbraio 1782, era morto in Napoli l’ultimo Principe di Francavilla, Marchese di Orla e Signore di Manduria, Michele IV Imperiale, omonimo del nonno che nel 1717 aveva fatto costruire in Casalnovo il palazzo dalle linee semplici e dall’aspetto severo e maestoso sui progetto dell’architetto leccese Mauro Manieri. L’ultimo Signore di Casalnovoon lasciava eredi e perciò il vasto feudo fu incamerato dal Fisco. Gli Imperiale del ramo collaterale e il Fisco addivennero, due anni dopo, ad una transazione in denaro; così Casalnovo restò alla Corona e divenne «Terra regia». Pertanto non è da escludere mutata situazione giuridico amministrativa di Casalnovo (che nel 1789 tornerà a chiamarsi Manduria) avesse creato un clima più favorevole per organizzare in forma nuova o ristabilire o rendere regolare una tradizione religiosa svoltasi in altra guisa o non svolgentesi affatto sotto il governo degli Imperiale. Insomma è quasi certo che prima di quell’ anno, 1785, non v’era stata una festa di paese all’esterno della Collegiata, da tenersi per le vie, i crocicchi, le piazzuole, negli spazi circostanti e più lontani dalla chiesa stessa cosi come sarà dall’ultimo quindicennio del XVIII secolo ai nostri giorni. Ad eliminare il quasi certo, detto poc’ anzi mi aiuta un documento del 1747 che contiene la descrizione minutamente particolareggiata, della Collegiata e del capitolo di Casalnovo con, tra l’altro, l’elenco di tutte le funzioni, sacre e non sacre, che in essa chiesa si tenevano, di tutti i religiosi, i laici, le confraternite ecc. che vi operavano n. Allorché l’estensore del documento enumera le annuali feste e processioni del capitolo fuori dalla Collegiata tra queste non compa-re quella per il Protettore. Strano. Come mai? viene subito da chiedersi. A tentare di spiegare ciò credo necessaria, a questo punto, la seguente osservazione solo in apparenza, come si vedrà tra poco, estranea o incoerente col discorso che qui si va facendo: in tempi di vita quieta e ordinata l’intensità del sentimento religioso varia da credente a credente ed esso sentimento in varie forme e comporta-menti si esterna e manifesta. Ma nella paura, nella minaccia o nell’imminenza di un pericolo grave per tutta quanta la comunità quel sentimento, come d’improvviso, si riaccende e si rinnova negli abitudinari, sopito che era fino a poco prima si ravviva nei tiepidi, si rafforza nei vacillanti, può generare il dubbio nell’animo degli scettici e degli indifferenti o, perché no?, li conferma ancor più nella loro laica, areligiosa o a suo modo religiosa, visione della vita (ma quanti saranno stati costoro nella Casalnovo del 1785? 12). È indubbio, però, che in tutti s’agita, lucida, stimolante, incalzante la paura, la coscien-za del male imminente e con essa l’istintiva volontà di far qualcosa, di..., ad esempio, (ed è il nostro caso) votarsi a un santo. Del resto, cos’altro in quei tempi restava da fare, cosa si poteva opporre contro il pericolo della peste? Le prime notizie del morbo cominciarono a propagarsi all’inizio del 1783 e cosi parla di quei mesi (e degli anni seguenti) il Palumbo: E c’era anche un’altra ragione perché l’Università [di Francavilla Fontana] si trovasse in regola [cioè che sindaco e decurioni esercitassero subito il proprio mandato] ed era la paura della peste. Il governo seguiva con occhio vigile le vaste proporzioni che quel morbo andava prendendo in diverse contrade d’Europa. Nell’ottobre del 1783 fu proibito dar pratica ai legni provenienti da Corsica, nel novembre per quelli di Dalmazia, nel gennaio 1784 per quelli di Ragusa e Casteinuovo [le odierne Dubrovnik nella Dalmazia meridionale e Casteinuovo di Cattare sulle omonime Bocche]. A 28 aprile sembrò cessato il pericolo ma nel maggio tornò il panico e si rinnovarono gli ordini affinchè si respingessero i legni provenienti dalla Dalmazia veneta e si protraesse di sette giorni la contumacia sul litorale dell’Adriatico. A Tarante si scrisse perché si rizzassero, in mancanza di case, baracche sulla marina e si chiamassero per la guardia i volontari, alle Università che accomodassero i posti. Francavilla aveva quelli di Mortola e dell’Imbrici e v’andò l’eletto per sistemarli. A 18 giugno il comandante della Milizia Provinciale Oronzo Tafuri di Lecce scrisse al Capitano Giuseppe Grazzini in Francavilla che raddoppiasse le guardie nel dipartimento della Marina di Tarante sino a Torre a Mare [Metaponto] e il capitano invitava il sindaco di pagare il tenente Michele Raggio e il foriere Domenico Zaccaria andati con tré soldati a ispezionare la costiera. Si diceva che il castellano di Gallipoli avesse in tasca le istruzioni per un cordone sanitario, ciò che impensierì il sindaco Scazzeri il quale con gli eletti andò a Luprano [Leporano] e a Maruggio e mandò persone per altre baracche e guardie. Come si vede la situazione era di serio grave pericolo. Ecco, dunque, che quel ritrovata acquista una connotazione psicologica e un rilievo religioso tali da spiegare, io credo, la realtà di quei mesi m Casalnovo. Ma devo, diciamo cosi, per necessità di prove, insistere su questo punto. Quel ritrovata è la parola che permette di comprendere perché il popolo di Casalnovo in uno slancio di autentica religiosita stabilisce di rendere grazie al suo Santo per lo scampato pericolo portandolo m processione per le vie del paese, a veder quasi riconfermato, con quella generale volontà, il patrocinio che il Santo gia aveva. Ma c’è altro. Tutti i documenti che mi è stato possibile esaminare mi hanno suggerito un’ipotesi che a me sembra rispondere pienamen-te a quanto fu fatto per l’organizzazione della festa in quei mesi, ipotesi che completerebbe la spiegazione di quel ritrovata del primo foglio del nostro registro e nello stesso tempo permetterebbe di scorgere tra la folla anonima dei Casalnovitani due persone, cioè i promotori della ritrovata festa in onore del santo Patrono. La prima persona, per il prestigio che la derivava dalla sua condizione economi-ca e sociale, potrebbe essere stata l’ispiratrice e l’autorevole portavo-ce di una volontà generale del popolo casalnovitano. Il suo nome non è nuovo ai Manduriani d’oggi (anche per chi non attende a ricerche di storia locale), ad essa intitolandosi l’ospedale civile mandunano: Marianna Giannuzzi (Francavilla Fontana 1728 - Manduna 1796). Non mi dilungherò sulla sua figura di donna pia e benefattnce limitandomi a darne qualche indicazione bibliografica m nota. Però ai fini di questa ricerca, intorno a Marianna Giannuzzi e importante sapere che l’altare di S. Gregorio (già da moltissimi anni, cioè prima della costruzione del cosiddetto «Cappellone») era «padronato della famiglia Cordoli la quale benché sia estinta, è passata però in quella dei Sig.ri Giannuzzi di Francavilla da cui viene provvista della suppellettile sagra assieme al Beneficiato [...] Avanti l’altare vi è la sepoltura gentilizia». Ancora: donna Marianna Giannuzzi promosse, incoraggiò e non poco contribuì (con più di 100 ducati) alla costruzione della grande cappella detta «Cappellone di S. Gregorio», a destra dell’altare maggiore, costruito tra il 1788 e il 1792 19. Ancora: negli intercetera del suo testamento (1788) la Giannuzzi dispone che il suo erede sia tenuto a pagare a detto capitolo docciti dieci - 10 argento - per cadauna delle festività che qui si celebrano in onore del Santo Protettore di questa città Gregario il Magno a 12 marzo a 3 settembre Capitolo le solennizzi coll’uffìcio solenne all’uso delle feste di prima classe ed applichi le Messe solenni di dette festività giusta la mia intenzione. Ancora: donna Marianna Giannuzzi dispose che dal ricavato delle sue proprietà donate per testamento alla comunità manduriana (coi quali beni aveva accresciu-to i fondi del Venerabile Monte di Pietà, fondato fin dal ‘500 per scopi di beneficenza) gli amministratori pagassero al Capitolo venti ducati annui per le due festività di S. Gregorio. Se ne vuole di più? Nel Cappellone del Protettore, a destra dell’altare, si vedono due quadri firmati dal pittore manduriano Pasquale Bianchi (1733-1811). Uno dei due raffigura l’angelo stante sulla Mole di Adriano a Roma mentre ripone nel fodero la spada significando con ciò che il Signore aveva accolto le preghiere del pontefice Gregorio per far cessare la peste nella città. Quest’ ultima è, secondo me, la prova «figurata» che la festa patronale (così come ininterrottamente è stata continuata dal 1785 ad oggi) ebbe origine nel ben immaginabile clima di paura e di fervida religiosità popolare verso una temuta epidemia poi scongiu-rata. Orbene, tornando fuor delle singole persone, al tema principale della nostra ricerca, il 5 marzo 1785 il Capitolo di Casalnovo si riunisce per decidere se accettare le richiesta del sindaco ad interveni-re alla processione generale per il Protettore da farsi di li a una settimana. La votazione del Capitolo, sul parere espresso dall’Arci-prete, è favorevole alla richiesta. Già tré anni prima, nel 1782, mons. A.M. Kalefati, vescovo di Oria (1781-94) aveva concesso l’uffizio di S. Gregorio «semel in mense di rito semidoppio» e la stessa concessione il prelato fece due anni dopo. Insomma (per concludere questa necessaria parte preliminare), tutto ciò indica che proprio in quegli anni 1782-85 si cominciavano a fare i primi passi per quella che sarà poi la grande festa patronale di Manduria, festa davvero corale perché vedrà la partecipazione di tutta la comunità. Giorni attesissimi quel 2 e 3 di settembre, sollievo effìmero per i più. ma pur sempre sollievo a a diffusa, irredimibile miseria di quei tempi, forse anche tregua alla tame eh molti se i pochi ricchi e benestanti ‘magnifici’ e ‘galantuomini divenivano più generosi per rispetto al santo; di certo una sospirata pausa ai triboli e agli stenti della plebe dolente, triboli e stenti perpetuati da consuetudini e abusi per molti aspetti ancora feudali; abusi che solo in parte la politica riformatrice del Tanucci aveva lenito e che finalmente di li a qualche decennio saranno dichiarati decaduti (1806) e per la massima parte aboliti dagli effetti innovatori della rivoluzione francese e della politica napoleonica. I deputati per la festa di S. Gregorio appartenevano ai quattro ceti in cui per censo e condizione sociale, era comunemente distinta la popolazione di Casalnovo-Manduria e delle altre comunità regnicele: galantuomini, • artieri, massari, contadini. Il procuratore, al quale spettavano le direttive dell’organizzazione e la responsabilità dei bilancio, era, come ho già detto, l’Arciprete della Collegiata. Costituita la deputazione, i componenti, a turno, questuano danaro durante le domeniche e le altre festività dell’anno. Un deputato del 1° ceto è sempre accompagnato nella questua da due deputati degli altri ceti. Talvolta, però, compaiono molti altri nomi di questuanti perché i primi due deputati potevano demandare l’incarico a persone fidata secondo quanto stabilito nel punto 5 del «regolamento»: Sia pure incombenza dei primi due Signori Deputati del Primo cioè a 12 Marzo, del Secondo a 3 Settembre, far la Nota distributiva di venti Cassette la volta, pregando, o facendo pregare a loro nome per mezzo dei Deputati inferiori tutti i questuanti, perchè s’impegnino ad una questua abbondante (...)». Quasi sempre si rispetta l’ordine dei ceti; perciò questuano per primi i galantuomini e spesso, primi fra tutti, il sindaco e il procuratore della festa. La questua, come già ho detto, si faceva di domenica o in altri giorni festivi per le vie del paese o sul sagrato della Collegiata, prima dell’inizio o all’uscita dalla messa, di pomeriggio o anche di sera. L’obolo, per lo più, era di moneta spicciola di bronzo e perciò alla fine molti pezzi usurati erano «venduti a Calderai a grana quindici la libra» (a. 1785-86). Ma alla fine del 1788 questa operazione non si potè più ripetere e il procuratore annota diligentemente «che finché si. ebe [sic] ‘ Commodo di vendere il danaro di rame cieco, si vende, ed il ritratto va compreso nelle rispettive sopradette somme; mancato poi il commodo di smaltirlo si è supplito per sua divozione con danaro proprio del Cassiere Troyani, ritenendosi il danaro inservibile a suo conto». La questua in denaro iniziava, di solito, dopo la prima festa dedicata al Patrono, quella di marzo, e durava circa un anno. Scorrendo ad una ad una le annotazioni del nostro registro capita di leggere qualche riferimento indiretto alla vita e ai problemi di varia natura della comunità, per esempio:
a 3 Maggio [1785] datimi dai Sig.ri deputati nella questua fatta per li bisogni dell’acqua. a 8 Giugno [1785] datimi dai medesimi nella questua fatta per lo flagello de’ Bruchi. a 28 [maggio 1786] dal Sindaco nella questua fatta per lo flagello de’ Bruchi. [1788] ... per le funzioni di S. Pietro per ottenere la desiderata pioggia. a 25 [dicembre 1788] Non si fece [la questua] per la neve. a [dicembre 1790] Vacat [la questua] per l’abbondanza dell’acqua. [1793] a 22 Ottobre. Per la questua fatta per farsi il Settenario per l’acqua. 28 [aprile 1799] Pubblica Processione fatta colle statue dell’Immacolata e di S. Gregorio. a 24 [marzo 1805] la questua mancò per la venuta de’ Francesi. a 5 [aprile 1807] la questua mancò per la venuta del Sovrano 31. [febbraio 1810] Elemosina nel triduo per il tremoto. [aprile 1812] Nell’esposizione del SS. per la grazia dell’acqua. Per trasporto della Statua nella Process. di ringraziamento per la pioggia ottenuta. [1816] item [idem] per sfreddo [strido] di cera nel triduo della peste. La festa di Settembre [1837] stante il colera morbus fu strasportata a 29 Ottobre 32. Introito ottenuto quando usci S. Gregorio per la mancanza dell’acqua a di 10 Maggio [1853]. I deputati accettano anche offerte in natura: Per trenta Ova raccolte nella questua dell’ oglio [sic] o d’animali: da Tommaso Dinoi per una porcella vendutali per prezzo della Giumenta regalata al nostro Santo dal Sig. Briganti, e venduta ad Eugenio Palmieri [1788] per n. 6 sciami d’api usciti dall’alveare sopra i PP. Serviti [1793] Presso Salvatore Mero esiste animale nero, che mesi dietro fu dato piccolo, quale obblazione, a S. Gregorio, il quale è stato cresciuto da esso Mero, e conservato come attualmente lo conserva finché arriva per il macello [1840] oppure oggeti d’uso comune: una fettuccia, 3 panari di vinchi, uno Giuppo [corpetto, giubbetto del vecchio costume delle donne salenti-ne]; e ancora, oggetti preziosi, un anello, un cerchietto d’argento, un reliquiario, un puntale. Questi ultimi oggetti erano poi venduti: soldi ricavati da una Corniola venduta ad un Leccese per il puro oro, essendo la pietra rotta [1789] e così, ripeto, per molti altri oggetti d’uso comune o prodotti di consumo alimentare. Infatti, è da dire che il maggior introito per i 70 anni esaminati (con un rapporto di circa 3 a 2 rispetto al ricavato in denaro e oggetti) era costituito dalla questua di generi alimentari. Gli effetti dell’annata buona o cattiva si facevano sentire, o meglio, vedere anche nell’allestimento della festa. Nell’ultimo quindicennio del ‘700 la somma più cospicua ricavata dai generi alimentari è dell’anno 1789-90 pari a 374 ducati 57 grani e 4 carlini. L’anno del ricavato più povero è il 1795-96 con 61 ducati e 5 grani. Alcuni deputati avevano il compito di andare in giro per le campagne e le masserie dell’agro manduriano a questuare grano durante la mietitura, cotone durante la raccolta, mosto pel paese durante la vendemmia, olio al tempo della spremitura delle olive e poi fichi, fagioli, fave, avena, miglio, ecc.: a 15.22 [agosto 1787] nella questua della bambace, [bambagia, cotone] e Fichi per la Terra, per mano de’ deputati. Per 10 tomola e stoppelli due di grano di semenza dispensato a diversi massari per darne il prodotto a S. Gregorio [1787]. 8 mezzane per uso delle questue del mosto [1844]. A Facchino per trasportare tomola 32 di grano in piazza [1851]. La quantità di cereali raccolta veniva trasportata e venduta nei paesi del Salente: grano venduto al Sig. D. Pietro Arcudi in Gallipoli. Ad un corriere mandato in S. Vito [dei Normanni] a portare la mostra del grano per ordine del Sign. Arcudi cui si vende. bambacia venduta in Nardo. Per vettura a due Trajni di grano portato a Campi e per piazza. La vendita di questi generi fruttava, dunque, l’introito più cospi-cuo; segno della corale partecipazione della comunità all’allestimento della più pomposa festa dell’anno. Non di meno i conventi, l’Umver sita (cioè gli amministratori del Comune), lasciti, espedienti legati al sacro e persino l’esazione di multe contribuivano ad aumentare il ricavato: Per la questua fatta nella dispensa delle figure di S. Gregorio [1786]. Introito dalla vendita di cere rotte inservibili e di sfriddo di cera [1786]. dal Sig. Domenico Tarantini Cassiere dell’Università per quel che deve contribuire annualmente alla Cappella di S. Gregorio per la festa come Principal Protettore oltre del Panegirico di Marzo che ne porta il carico l’Università [1788]. da Pietro Ricchiuti Second’Eletto dell’Università per una pena esatta a Michele Balena [1791]. Si fa memoria, che il fu Pietro Schiavoni lasciò un legato annuo, che la sua erede D. Rosa Schiavoni, vita sua durante, deve cinque libre di cera cetrina... ed una Cannata di Ogiio... [1810]. Dal Sindaco per una multa contro Rosaria Dinoi [1814]. Per vendita di Fettuccie in occasione della Cresima [1820]. L’amministrazione di entrate così varie comportava altresì spese varie, per esempio: per giornate lavorative a operai e contadini, ricompense in denaro o in natura, acquisto di materiali e oggetti o arnesi i più diversi: A due Bastasi 34 nel mese di Luglio per trasportare da un Magazeno all’altro, stante la strettezza del luogo [1786]. Per crivellare due volte il grano giovane: femmine e figliuolo [operaie e aiutante] [1786]. Per affitto di un magazeno avanti S. Lionardo [1786]. Per torchiare cento dodici liatri di bambage 35 [1786]. Per nove quartare [anfore di terracotta] date a nove Trappeti per la questua dell’oglio [1786]. Regalo alla servitù di Mons. Ill.mo Kalefati [1786]. Cera Veneziana venuta da Gallipoli [1786]. A Giuseppe Buccoliero per due serrature [1786]. Per rigalo e spese di bitume [1792]. Per stampa in Lecce di quattrocento figure di S. Gregorio [1812]. E veniamo ai giorni che precedevano la festa vera e propria. Le registrazioni delle spese ci aiutano alquanto a ricostruirne rallenti - mento. Nel 1786 un banditore, accompagnato, da un tamburino va m giro pel paese invitando gli abitanti ad approntare l’illummazione. Lumini e lampade ad olio appesi ai muri e sulle porte delle case, lungo le vie, avranno, eccezionalmente, rischiarato le due serate del 2 e del 3 settembre. Per la festa del 1812 si danno, inoltre, due bandi per il paese: di illuminare le vie, di spazzarle e mantenerle pulite per la cavalcata 36, il qual bando doveva essere l’invito a condurre e disporre per la processione del Santo, bardati come per una parata, i comuni animali da tiro (muli, asini, cavalli) oppure i soli cavalli. A questa formazione, quasi una piccola milizia di fedeli a cavallo, era preposto un «comandante». Al Capitano della Cavalcata per Tamburini e Trombette [1810]. Quattro Trombe, due Tamburi, una gran Cassa, due biferi [pifferi] essendo- si posta la banda dai Cavalcanti [1825]. Per la tromba che ha [sic] servita ai cavalcanti [1838]. Al trombettiere che ha accompagnato i Cavalcanti [1840]. La spiegazione di queste ultime registrazioni è venuta sia da un documento conservato nell’Archivio Capitolare di Manduria 37 (v. documento in APPENDICE) sia da un volumetto sulla festa dei SS. Medici a Massafra di E. Jacovelli 38. Le registrazioni su riportate si riferiscono alla scamiciata come era allora chiamata, in molti paesi di Terra d’Otranto e di Terra di Bari: una festa nella festa, una, diciamo cosi, festa laica nella festa religiosa in onore del Patrono. L’origine di essa è a tutt’oggi sconosciuta ma qualche indizio farebbe pensare al ricordo di scontri armati tra cristiani e turchi, ricordo, per il passato, sempre vivo nelle tradizioni popolari pugliesi e salentine in particolare 39. Per dirla in breve (perché dovrei ripetere ciò che è stato cosi bene descritto, con dovizia di particolari, dallo Jocovelli nel suo citato lavoro?) si formavano due schiere che fingevano fra loro battaglia o, quanto meno, tenevano fra loro diverse gare di destrezza e di forza, tra lazzi e scherzi, con fiaccole, fanfara e cavalcata. Facile, dunque, comprendere i timori delle Autorità di pubblica sicurezza che durante la scamiciata non scop-piassero risse o quanto potesse turbare il pubblico decoro o l’atmo-sfera religiosa e compostamente allegra della festa patronale. Da ciò il divieto, come è dichiarato nel documento riportato in APPENDICE, per la festa del 1834, di tenere la scamiciata. Quasi certamente fino al 1807 la processione per le vie del paese dovette farsi di mattina perché l’anno dopo gli abitanti di Manduria chiedono ed ottengono dall’Intendente di Terra d’Otranto di poter-la tenere di pomeriggio (v. documento in APPENDICE), cosi com’è stato poi sempre da allora a tutt’oggi. Non sappiamo quale fosse la statua recata in processione nella festa di settembre dell’anno 1785, perché quella che da duecento anni si conserva nella Chiesa Collegiata fu scolpita nel legno tra il 1785-86 dai fratelli artigiani Trillocco di Napoli su disegno del celebre Giuseppe Sammartino (1720-93) (v. APPENDICE ICONOGRAFICA). La statua dei Trillocco, infatti, fu portata a Manduria alla fme di marzo 1786 40 ed essa è stata il modello di tutta la produzione iconografica del secolo scorso e di questo. Della statua precedente non abbiamo nessuna descrizione. Anche la nuova statua fino al 1790 fu portata in processione a spalla: pagati grani 40 per vino a Facchini per portare la Statua a giro perché l’anno seguente, 1791, è per la prima volta annotato l’elemen-to più appariscente e spettacolare di questa antica festa di S. Gregorio che qui si va ricostruendo: il carro di S. Gregorio, che dovè risultare, rispetto alla sobria scenografia degli anni precedenti, ecce-zionale per grandiosità ed attrattiva. Avverto che non era un semplice carro sul quale era collocata la statua bensì un grande carro sacro, comprendente (innalzata sul pianale del carro vero e proprio) una costruzione in legno simile ad alta cupola o campanile dalle pareti traforate e variate da nicchie, archetti e piccole false finestre 41. Il nostro registro, purtroppo, è avaro di descrizioni intorno a quel primo carro e concede appena qualche particolare: Al Maestro di cappella per pagare 7 strumenti forestieri, cinque paesani, due Soprani e due Tenori... per tutto il Settenario, per la flottola [banda musicale] alla Processione e per quella del Carro [1791]. Dal 1796 al 1805, tra le spese, non è menzionata la costruzione del carro. Forse per quel decennio ci si servì dello stesso carro. Cosi dovette essere per altri pochi anni: Per accomodatura di carro [1818]. Ma col passare del tempo questo elemento assunse un’importanza particolare tanto da essere ricostruito ogni anno pur, forse, variando- ne, la forma e gli addobbi. Dal 1816 tra le spese s’inserisce anche quella del carro, ora più ora meno particolareggiata: Spaco, funa, chiodi, carta e colori per sessanta lampioni Pironi grossi ceri per i lampioni.Per mangiata a gli uomini che portarono i bovi al carro per due trombe [1836] A F.P. Moscoggiuri per il Carro Per accomodare le Tele dello stesso tra Carta, colori e pittura. Sul carro, oltre alla statua di S. Gregorio, prendeva posto la flòttula, una piccola banda musicale che accompagnava il canto di tenori e soprani in numero di due o tré. Questo e pochissimo altro ci fa sapere il registro intorno alla processione per le vie del paese. Non accenna al percorso, al disporsi del clero, delle confraternite (distinte dall’abito), delle autorità civili. Non un cenno ai simboli sacri o legati al sacro, ai vari compiti affidati ad «attori e comparse» di quella che era, se cosi può dirsi, una rappresentazione sacra all’aperto nella quale clero, galantuomini, artieri, massari e contadini di Manduria erano nello stesso tempo attori, comparse e spettatori. Quando agli inizi di questo secolo (intorno al 1905) si cominciò ad allacciare la rete elettrica, tendendo i fili trasversalmente al percorso delle vie, al carro, troppo alto, fu impedito il passaggio. La fine di questo elemento scenografico della festa di S. Gregorio fu immediata e senza rimedio. L’anno dopo la statua del Patrono fu portata a spalla (v. documento in APPENDICE). Ma ora aggiriamoci per le vie del paese parato a festa. Quali gli addobbi fatti allestire dal Comitato? Come.s’era speso il “cavato per offrire ai concittadini una serata tutta diversa dalle altre o, almeno, da quella delle feste religiose minori? I deputati avrebbero strappato anche quest’ anno esclamazioni di meraviglia e di stupore con la scenografia a di luminarie, mortaretti, sfavillio di colorati tuochi pirotecnici? Le annotazioni, a tal riguardo ci dicono qualcosa di pui_ Smezzi per distrarre e divertire i Mandriani durante il passero divennero più numerosi col passare degli anni. Già alla fine del _00 troviamo n’ominati strumenti musicali per formare unapicce> a band non solo per accompagnare (con un repertorio religiosì ì Patrono durante la processione ma anche per intrattenere pubblico o nello spazio antistante la Collegiata o nella stessa Collegiata durante le sere precedenti la festa. Per quella di settembre 1805 è registrata questa spesa: Per trasporto di tufi per l’orchestra confermata negli anni seguenti: Per trasporto dell’organo, legname, tufi per l’orchestra [1819J. Sei giornate per fare l’orchestra e trasporto di materiale [1847]. Allo stesso Moscoggiuri per n. 3 Orchestre in Chiesa, e l’altre al Largo [1854]. Il semplice palco a gradini sul quale suonava la banda era detto tosello (termine col quale s’indicava anche la banda che suonava sul palco) e potrebbe definirsi il prototipo della più recente «cassarmonica». Il Largo è senza dubbio l’attuale piazza Garibaldi (allora chiamata «piazza Porta Grande» porta che sorgeva accanto al castello normanno, nell’area dell’attuale palazzo Imperiale) com’è confermato da un’altra annotazione di molti anni prima: Per il gioco fatto al Largo del Palazzo [1794]. La musica assume lentamente più marcata importanza a scopo associativo e ricreativo. In un primo tempo si chiamano a Manduria suonatori dai paesi vicini: Francavilla Fontana, Orla, Sava per mettere su un complesso musicale d’occasione. Poi vere e proprie bande musicali da Francavilla, Erchie, S. Vito dei Normanni ed anche da più lontano: Neviano, S. Cesareo, Lecce. Cosi è per lo sparo di mortaretti, botti e fuochi d’artificio: dapprima provvedono gli stessi Manduriani, poi si chiamano pirotecnici da fuori. Nel decennio 1830-40 si aggiungono altre distrazioni: piccoli palloni aerostatici, l’albero della cuccagna davanti al palazzo Imperiale e nel 1849 un Giucco della Caldara e un Giucco della Corsa. Nel 1852 è registrata la seguente spesa: per accomodare il teatro, pagare la pigione del locale e, inoltre, per accomodare una porta e situare le scene del teatro. Tutto ciò trova conferma tra le spese Per la festa dell’ anno seguente: Scenario fittato alla Compagnia; Scenario fìttato a Mareggio. Al 1853 per la prima volta, si leggono le spese per l’illuminazione di alcune vie del paese, una caratteristica, questa della festa patronale anco ai nostri giorni, detta in dialetto «la villa»: coppie di pali di legno posti lungo i lati delle vie, sostenevano archi di legno fantasiosamente lavorati e traforati. Sopra e intorno ad essi accendevano devo moltissimi piccoli lumini ad olio da formare un’allegra cornice luminosa al fitto passeggio. Mi accadde di notare il registro sopra descritto in uno dei giorni che rileggevo il «Maestro don Gesualdo» di G. Verga. La lettura_del romanzo unita alla considerazione che il contenuto del registro ava oltre il ristretto ambito cittadino e provinciale, mi persuasero a sfogliare con più attenzione quelle pagine ingiallite e mi indussero in ultimo, a stendere questa Nota. A tal fine le vicende dei personaggi verghiani non interessano. Sono interessanti, invece, 1 ora p l’ambiente descritti in quel terzo capitolo della I parte del romanzo sera della festa e della processione di S Gregono Magno a Vizzini (Catania) qualche anno prima del 1821. Credo non sia del tutto inutile trascriverne i brani di rilievo (perdoni il Verga questo insolito prestito e innesto): Dalla via San Sebastiano, al di sopra dei tetti, si vedeva crescere verso la piazza un chiarore d’incendio, dal quale di tratto in tratto scappavano dei razzi statua del santo, con un vocio di folla che montava a guisa di tempesta. (...) Tutt’a un tratto, sotto i balconi, la banda scoppiò in un passodoppio furibondo, rovesciandosi in piazza con un’onda di popolo che sembrava minacciosa. (...) — Che folla, eh! Mio marito ha dovuto adoperare il bastone, per farci largo. Proprio una bella festa! Fifì ci ha detto: Ecco lì il baronello Rubiera, vicino al palco della musica... (...) — Sissignora... infatti... sono della commissione... (...) Tutt’a un tratto la piazza sembrò avvampare in un vasto incendio, sul quale si stampavano le finestre delle case, i cornicioni dei tetti, la lunga balconata del Palazzo di Città, formicolante di gente. (...) — Viva il santo Patrono! Viva san Gregorio Magno! (...) — Che festa, eh! signora Sganci! — Intanto chiamava don Giuseppe Barabba che gli portasse un bicchiere d’acqua: — Muoio dalla sete, donna Marianna! Che bei fuochi, eh?... Circa duemila razzi! Ne ho accesi più di duecento con le mie mani sole. (...) — Un gran santo!... e una gran bella statua... I forestieri venivano apposta per vederla... Degli inglesi, si era risaputo poi, l’avrebbero pagata a peso d’oro, onde portarsela laggiù, fra i loro idoli... (...) — Una statua d’autore!... Il Rè, Dio guardi, voleva venderla al tempo della guerra coi giacobini!... Un evento miracoloso!... (...) Il rumore della festa si dileguava e moriva lassù, verso San Vito. (...) Bianca era ritta contro il muro, immobile; le mani e il viso smorti di lei sembravano vacillare, al chiarore incerto che saliva dal banco del venditore di torrone. Il cugino stava appoggiato alla ringhiera fìngendo di osservare attentamente l’uomo che andava spegnendo la luminaria, nella piazza deserta, e il giovane paratore, il quale correva su e giù per l’impalcato della musica, come un gattone nero, schiodando, martellando, buttando giù i festoni e le ghirlande di carta. I razzi che scappavano ancora di tratto in tratto, lontano, dietro la massa nera del Palazzo di Città, i colpi di martello del paratore, le grida più rare, stanche e avvinazzate, sembravano spegnersi lontano, nella vasta campagna solitària. (...) Un momento dopo, spuntò il lanternone che precedeva donna Giuseppina Alosi, la quale attraversò la piazza, sporca di carta bruciata e di gusci di fave e nocciuole (...). Questo e i molti altri scorci descrittivi del mondo verghiano non sono, come si sa, peculiari alla sola Sicilia ma possono, senza alcuna difficoltà, riferirsi a gran parte del nostro Meridione. Sicché, leggendo il romanzo e sfogliando le pagine del registro, mi tornavano alla mente le descrizioni di alcune feste popolari del Salente, descrizioni raccolte dalla viva voce di anziani e vecchi, i ricordi dei quali risalivano, al massimo, alla fine del secolo scorso. Ma ora, alla testimonianza orale, spesso vaga e frammentaria, mi veniva in aiuto, più diligente e preciso, il bruno inchiostro di quelle carte gialle di tempo, portandomi molto più addietro negli anni col rivelare come già fissati nel sec. XVIII aspetti ed elementi delle nostre feste paesane rimasti poi quasi immutati fino agli anni Cinquanta circa di questo secolo. La festa patronale di Vizzini, se ho letto bene le pagine del Verga, non doveva essere molto diversa da quella che negli stessi mesi s’allestiva a Casalnovo-Manduria (vedi il caso!) per lo stesso Patrono. |