| Carità La carità, verso i nostri simili, virtù che tanto nobilita e sublima l'uomo da avvicinarlo a Dio, eredità sacrosanta da G. C. lasciataci, si esercita con due alti fini diversi, che però sono intimamente congiunti; ed entrambi concorrono al beneficio del prossimo: l'un fine è materiale, spirituale l'altro. Riserbandoci di trattare a suo luogo il più nobile che riguarda la conversione, la salute, la salvezza delle anime, eccoci a narrare del soccorso immediato, largo, opportuno, di cui si fece costante studio il nostro Santo. Nel settimo capitolo vedemmo, come di passaggio, la sviscerata carità del Santo in occasione della peste. Egli, in quel tempo, non era ancora insignito della più alta dignità. Che farà ora da Padre universale della Cristianità? Amante dei pellegrini gli albergava non solo, ma dolcemente costringevali a seco cibarsi alla propria mensa. Accompagnava egli questa santa liberalità con tal dolcezza di tratto che non peritavasi di chiamare padri i più vecchi di loro. Tanta volte, volendo risparmiare al rossore di alcune più distinte persone, diceva: "Quel che voi ricevete per carità, dovete riconoscerlo ricevuto da S. Pietro e non da Gregario". Lo stesso linguaggio usava spesso con signori e signore decaduti dal loro stato. Con assidua cura informavasi dei bisogni, prendeva esatte notizie del numero dei poveri, dolcemente riprendendo i più vergognosi, perché nascondendo a lui le proprie necessità, non gli porgevano occasione di seco loro usare la virtù della misericordia. Fu talmente ammirabile, scrive G. Diacono, la sollecitudine di Gregorio verso degl'indigenti, che fece redigere in appositi elenchi i nomi di tutti loro. Di tali elenchi formò un grosso volume, in cui erano registrati i nomi non solo ma l'età, il sesso, la condizione di tutte le persone che sussidiava, tanti in Roma che nelle circostanti città ed anche nelle lontane. In esso era segnata financo la quantità dei sussidi convenienti al numero ed alla condizione delle famiglie bisognose. Questo volume esisteva ancora nel nono secolo, epoca in cui scriveva il citato storico. Dio pertanto manifestò a Gregorio che una carità così disinteressata gli era molto grata, come notiamo nei due seguenti prodigi. Uno, tra gli altri pellegrini, che un giorno gli si presentarono fu invitato alla lavanda delle mani, giusta il costume, prima di assidersi a mensa. Ma nell'atto che il Santo gli versava dell'acqua, sparve dinanzi ai suoi occhi. Grandemente sorpreso Gregorio, non seppe darsi ragione dell'accaduto. Il Signore nella notte seguente gli apparve e dissegli: "Nel tempo passato voi mi riceveste nei miei mèmbri; oggi mi avete accolto nella propria persona ". Altra fiata ordinò, secondo il consueto al suo limosiniere, d'invitare dodici pellegrini a mensa. Assisi tutti e dodici, S. Gregorio n'enumerò tredici. Sorpreso da questa novità, ne chiese ragione allo stesso che risposegli d'essere stati dodici gl'invitati da lui. Allora si accorse che il tredicesimo, ch'eragli accanto seduto, mutava spesso di volto durante il pasto. Sul principio gli parve un bei giovane, prese poscia l'aspetto di un vecchio venerando. Terminato il pranzo e licenziati tutti, meno quest'ultimo, lo chiamò in segreto e lo pregò a manifestargli il proprio nome. "Io sono " quegli rispose "quel mercante naufrago a cui per ben tré volte faceste quella larga carità, aggiungendo la coppa d'argento di vostra madre; il posto che ora occupate è il premio di quell'azione". "Come conoscete questo?" riprese il Santo. Soggiunse il pellegrino: "lo sono un Angelo del Ciclo e Iddio mi comanda di esservi compagno indivisibile fino alla morte". Gittossi a terra Gregorio a questa manife stazione, adorando il Signore in quell'Angelo che scomparve dai suoi occhi. In memoria di questo miracolo leggesi ancora oggidì nella Chiesa di S. Andrea Apostolo che ora porta il nome di S. Gregorio il seguente distico: Bis senos hic Gregorius pascebat agentes: Angelus et decimus tertius accubiti!. Questo distico, volgarizzato leggesi "Qui, ove Gregario pasceva dodici poveri, venne a sedersi un Angelo per tredicesimo". Desolata l'Italia dalle continue guerre, la miseria crebbe a dismisura, ma con essa crebbe più ancora la carità del Santo. Fece trasportare dalla Sicilia tutti i cereali, frutti del suo e del patrimonio della Chiesa, comprò ancora i grani dai pubblici mercanti e tutto largamente distribuì. Provvide al sostentamento di tremila monache e di tutti i monaci esistenti nella Città. Fece larga dispensa di vivande cotte in tutti i giorni e nel primo di ogni mese distribuiva in natura derrate di ogni genere. Ai chierici, preti e vescovi dava sussidi in moneta e vestiti. Ne sola Roma godeva di questa carità, ma tutte le persone soggette alla Pontifìcia giurisdizione ne usufruivano. Un vecchio pretore decaduto riceveva soccorsi accompagnati da questi sentimenti magnanimi: "Pregoti di ricevere il tutto senza rossore perché i beni di questa terra del B. Pietro sono come caparra dei beni etemi del Ciclo". Ad un personaggio distinto che non avevagli manifestato i propri bisogni, scriveva: "Credevo che tu mi amassi, ma il chiedermi nulla è segno di poco amore; accetterai annualmente dieci scudi di oro, non come sovvenzione, ma come benedizione del Principe degli Apostoli". Il prete Elia, costretto da vera necessità, si rivolse a lui per cinquanta soldi di oro. Temendo di aver troppo chiesto, ridusse la somma a quaranta e quindi a trenta. Il Santo gli rispose: "Perché siete stato con noi sì generoso... manifestandoci i vostri bisogni, vogliamo esserlo ancora con voi. Vi mandiamo adunque i cinquanta soldi, ma temendo che sieno pochi ne aggiungiamo altri dieci e, temendo che anche questi sieno pochi, ne aggiungiamo altri dodici". Come gli giunsero notizie del Vescovo Ecclesie, che soffriva grande indigenza di panni e che molto penava per il gran freddo, gli spedì subito una quantità di vestiti per ripararsi da quell'inverno sì rigido. Alcune figliuole ebree furono abbandonate dai propri genitori, perché contro la loro volontà eransi convenite al Cristianesimo, languivano perciò di fame. Questa notizia, pervenuta al Santo, immediatamente lo spinse a provvedere a ciò le neofìte ricevessero quanto loro necessitava. Anche l'inverno del 596 si fece sentire in tutto il suo rigore e fu causa che molte sacre vergini, rinchiuse nei monasteri, sentissero gran pena per l'eccessivo freddo: tanto più, essendo sprovviste di letti e coperture. Informato il Santo delle sofferenze di queste pie vergini, le provvide di quanto abbisognavano, non ostante il caro prezzo a cui tutto vendevasi. Volle ancora assegnare ad esse una porzione di rendita del patrimonio di S. Pietro per così non difettare di nulla. Moriva in Sicilia un tal Venanzio, illustre patrizio decaduto in bassa condizione, lasciando due orfane: Barbara ed Antonia. Prevedendo i bisogni di queste, scrive al Vescovo di Siracusa, ordinandogli che spiegasse tutta la sua carità, affinchè le orfane fossero provvedute del necessario. Contemporaneamente scrive a loro stesse rassicurandole così: "Dopo Dio saremo noi solleciti delle vostre illustri persone" . Ordinava a Candido, amministratore dei beni della Chiesa in Francia, di convenire tutte le rendite di quel patrimonio in vestimenta per quei giovani inglesi che. redenti dalla sua carità, faceva istruire nelle sacre scienze. GFingiungeva ancora che. come fossero stati edotti nei sacri misteri, li accompagnasse in Italia per collocarli in appositi monasteri. Essendo ricominciate in Italia le guerre dei longobardi nel 596, moltissimi cristiani furono fatti schiavi. Desolato il cuore di Gregorio da questa sciagura, largì per la loro liberazione tutto quanto possedeva. Ordinò nel contempo al Vescovo di Fano di vendere tutti i vasi sacri per la compra degli schiavi, mandò una gran somma di moneta ad Antemio per lo stesso scopo, eccitò la pietà del Vescovo di Siracusa e di Teotista, affinchè, solleciti accorressero con la loro carità al riscatto dei prigionieri. Egli medesimo, di persona comprò una zitella schiava che manifestò poscia il desiderio di monacarsi. In quello stesso tempo il duca di Benevento prende Cortona riducendo a schiavitù gran numero di abitanti. Di questi sceglie i migliori e li espone in vendita, separando i figli dai genitori, i mariti dalle mogli e viceversa: con tanta crudeltà rompeva quel tristo i vincoli più sacri del santuario domestico. Non seppe resistere il cuore magnanimo del Pontefice alla notizia di sì inaudita tirannia; ed incessantemente si occupò quindi, con la sua attiva carità, della liberazione di tanti sventurati che tornarono a rivedersi uniti nelle proprie case, ove benedicevano Dio, implorando grazie pel suo pietoso rappresentante. L'ardente spirito della beneficenza lo infondeva non solo col suo esempio ma giunse perfino a pretenderlo dai vescovi e primati. Nell'epoca di cui scriviamo, i pellegrinaggi di quasi tutto il mondo conosciuto erano incessanti. Gregorio dai pellegrini prendeva esatte informazioni su la liberalità od avarizia dei propri pastori; facilmente quindi veniva a conoscere quali erano i costituiti in dignità che largheggiavano in misericordia e quali no. Da alcuni pellegrini apprese che il Vescovo di Ravenna, dalla cui giurisdizione essi dipendevano, niente aveva loro dato: senza indugiare scrisse a quel pastore in questi sensi: "Stupisco che chi ha vesti, argento e dispense nulla ha da dare ai poveri... col luogo muterai di condotta... non t'immaginare che lo studio, l'orazione e la solitudine siano sufficienti... è necessario che tu apra le mani a largheggiare coi poveri. D'ora innanzi/a tuoi gli altrui bisogni soccorrendo gl'indigenti e bisognosi. Indarno porta il nome di Vescovo chi diversamente opera". Ammonì slmilmente Bonifacio Vescovo di Reggio, perché non aveva provveduto del necessario i pellegrini che si portavano in Roma per venerarvi la tomba dei Ss. Apostoli. Un grosso volume sarebbe insufficiente se volessimo trattare tutte le caritatevoli azioni che si leggono operate dal Santo. Chiamati dallo stesso argomento a riferire un saggio di quei tratti amorevoli con i quali componeva le liti, richiamava i manchevoli e consolava gli afflitti, tralasciamo volentieri quelle per questi. Aveva tanto a cuore la pace che rifuggiva sempre da ogni litigio. Spesse volte sorsero dissensi tra preti e vescovi, tra nobili e religiosi. Egli proponeva sempre la elezione degli arbitri, affinchè, senza lo strepito del foro, le controversie avessero un pacifico e facile termine. Nelle tante quistioni sorte tra i privati e gli amministratori dei beni della Chiesa romana, adottò il medesimo sistema, protestandosi sempre di non permettere liti non solo ma di schivar quelle che a torto venivano mosse. All'Abate Giovanni raccomandò di pensionare un tal Fausto, cancelliere, onde questi componesse le liti del monastero. "E' espediente" soggiungeva "che i servi di Dio siano liberi dai tumulti e dalle quistioni per vieppù attendere all'orazione". Paternamente rappacificò tra loro il Vescovo di Tebe, Adriano e Giovanni, Arcivescovo di Larissa, rimettendo quello nella primiera dignità dalla quale fu ingiustamente deposto, condonando a questo la pena della scomunica in cui era incorso. Sentimenti di simil fatta insinuò al Vescovo di Siracusa, Giovanni, il quale non permise la celebrazione dei Divini misteri in casa del Prefetto per ragionevoli motivi "Esortiamo la Santità vostra, scrissegli, a ricevere con dolcezza e sincerità di spirito le oblazioni del Prefetto a permettere che si celebri la messa nel di lui palazzo. Difendete gli interessi della Chiesa, ma non lasciate mai l'ufficio della patema carità". Con soavi ammonizioni indusse il Vicario della Sede Apostolica neirilliria ad accettare le pene impostegli di astenersi cioè dalla Sacra Comunione e starsene in esercizi penitenziali per 30 giorni. Oltremodo afflitto il nostro santo per le superbe pretese del Vescovo di Costantinopoli, Giovanni il Digiunatore, delle quali si è già parlato, così terminava una delle sue ultime lettere a lui indirizzate: "L'onnipotente Iddio mostri a vostra fraternità con quanto amore io sia a voi congiunto e quanto pianga per questo negozio e mi rattristi per voi e non contro di voi". Massimo fu creato Vescovo metropolita della Dalmazia senza i debiti modi richiesti dai sacri canoni. Avvertito il Santo di questa irregolare elezione, fece uso di tutta la sua patema carità per indurre a pentimento quel Prelato. Le soavi maniere che adoperò, trafìssero tanto il cuore di Massimo che, prostrato a terra per tré ore continue, gridò: "Ho peccato contro Dio e contro il beatissimo Papa Gregario". Libertino, regio tesoriere in Sicilia, si trovò in fallo nel render conto delle tasse riscosse, presso Leonzio ex console riscuotitor di gabbelle per conto dell'Imperatore: fu privato quindi del proprio, percosso e carcerato, S. Gregorio, mosso a compassione dello stato di quello sciagurato, così lo consolò a mezzo di lettera: "La sola Misericordia del Signore può servirvi di sollievo ...rendetegli grazie e sostenete con pazienza il tutto ... Mentre patite non mormorate contro Dio, poiché ignoriamo a qualfìne così operi il Creatore. Forse l'offendeste quando godevate del tempo prospero, onde vi vuoi purgare con salutare amarezza". Con patema carità consolò pure il suo amico S. Leandro, il quale avevagli descritto gli atroci dolori che soffriva per il mal di podagra. Ebbe pensiero ancor di consolare i coniugi Venanzio ed Italica, patrizi siciliani e di confortarli a sostenere quei travagli dei quali fu da loro informato. Riprese con dolcezza la patrizia Clementina, facile ad adirarsi: "Mi è stato riferito, scrissele, che quando imo vi abbia offesa, ne serbate un rancore implacabile ... vi prego quindi a sbandire dall'animo vostro cotesto vizio e non permettere che il seme dell'inimico cresca vicino alla messe delle vostre buone opere ". Con sentimenti pii ed amorevoli ammonì la illustre matrona Adeodata: "Rammentatevi, le scrisse, quale fu in quel luogo, ora deserto, la moltitudine degli abitanti, quante le pompe, le dignità, le glorie di quelle matrone, quante le ricchezze perdute o lasciate. Osservate come queste cose nacquero e sparirono in un baleno, quindi deducetene quanto sieno vane e colui che le ama, vegliando, sogna e s'inganna". Alcuni cortigiani della corte imperiale di Costantinopoli, mal tollerando la pietà della patrizia Teoctista, che il Baronie vuole fosse sorella dell'Imperatore, la calunniarono di eretica. La pia donna si rivolse a Gregorio, chiedendo consigli ed aiuto, manifestandogli contemporaneamente l'agitazione della coscienza e l'angoscia del suo cuore. Il Santo si affrettò a risponderle in questo modo: "Mi meraviglio assai come voi, avendo fissato in Ciclo il vostro cuore, restate poi in terra tanto agitata per le parole degli uomini". Passò quindi a proporle gli esempi del S. Giobbe e dell'Apostolo che volentieri abbracciarono le persecuzioni. Terminò quella lettera col farle riflettere che, volendo Iddio purificare i buoni, si serve dei malvagi, citando al caso, l'autorità di S. Matteo: "Sarete beati quando gli uomini spargeranno delle false accuse contro di voi perché siete miei seguaci". Quando l'uomo, informato dalla carità dirige ogni sua opera, consacra tutte le sue azioni in prò del bene materiale dell'uomo medesimo, quanto non riesce più utile, esercitando il sublime mandato, il fine più nobile di quella virtù che ci approssima al Dio della carità, dell'amore? La carità produce i miracoli, perciò con verte, santifica le anime. Col suo tutelare genio e col suo felice carattere Gregorio non era chiamato solamente a sollevare le terrene miserie del povero figlio della sventura, no: egli doveva disserrare le porte celesti a tante anime che la volontaria colpa, l'eresia, il paganesimo avevano espulsi dall'Eterna Eredità. |