IL DRAGONETTO TRA MAGIA ED ALCHIMIA

a cura di: Avv. Luigi Stano

 

Di solito l’avventura dell’eroe comincia quando qualcuno viene privato di qualcosa o con la sensazione  che qualcosa manchi alle esperienze consentite ai membri della sua società. Allora l’eroe intraprende una serie di avventure straordinarie, o per ritrovare ciò che è andato perso, o per scoprire un certo elisir di vita.( Campbell J ,il potere del mito 1988 )

Se risulta difficile il giudizio storico su questo personaggio,  mediocre fattucchiero o empirico alchimista, ancora più difficile, stante la scarsezza delle fonti e la lacunosità delle stesse ,risultano essere le brevi note biografiche rintracciabili sullo stesso.

Il Tarentini nella sua  “ Cenni storici , Manduria Antica, Casalnuovo, Manduria restituta”  a pagina 130 , parlando delle vicende inerenti il feudo di Casalnuovo, citando il cronista Saracino, riferisce che Bernardino Bonifacio  “Ebbe un Dragonetto per fratello, atteso facendo alcune cose amatorie composte di alcune cose velenose e non confidando ad alcuno, colle proprie mani si uccise per quelli velenosi aliti che dal suo compimento amatorio uscivano, onde in Casalnuovo se ne morì” ( o. c. pag. 130).

 Ma ancora lo stesso autore citando  il Tafuri  afferma che si rinviene in alcuni manoscritti che il Dragonetto “ restò avvelenato dal fumo del mercurio che preparava con alcuni succhi di erba per ridurlo da fluido in solido” ( op. pag 131)

Sempre in senso conforme anche l’Ammirato affermerebbe essere il Dragonetto “ morto da violento fumo di veleno “ ( o.c. pag.131)

Differisce circa la causa della morte del Dragonetto il Papadia che lo “ Lo vuole morto nel 1554  per caduta da cavallo . ( o.c. pag. 131).

Se poco trapela circa la reale causa della morte del Dragonetto, quasi nulla l’attento cronista ci vuole riferire sulla vita di costui.

Esso e solo definito qua e la per le pagine del libro con epiteti ingiuriosi : così di volta in volta è “ Laido”, o  “ infangato di vizzi e superstizioni”.

Sin qui il giudizio espresso dal Tarentini sul Dragonetto , Tarentini che si lascia sfuggire fra le righe ove il Dragonetto visse e ove, “ La tradizione “ vuole sia morto.

Quindi intorno a questo personaggio bizzarro ed anomalo è, ed è il Tarentini che se lo lascia sfuggire, comunque e a dispetto dell’oblio delle fonti,  fiorita una tradizione, forse orale , sicuramente alimentata dalla volontà di  sottacere la reale vicenda storica dello stesso.

Eppure sappiamo ove questi visse, e precisamente in quella strada denominata :Carceri  Vecchie, ed addirittura anche il nome della casa “ Palazzo Cacari”.

In ciò vi è la prima anomalia della vicenda storica,  infatti anche oggigiorno in Manduria per indicare una  costruzione ricca e comunque con ricercatezze estetiche estreme nonchè inconcludenti si usa l’epiteto “ casa ti li cachiri ” in aperto riferimento alla dimora del Dragonetto.

Essa, infatti era bizzarra, ed il Tarantini ci dice essere sullo stile del risorgimento ma comunque fa intendere dissimile da ogni altro stile e comunque esteticamente diversa.

Anomalia, giudizi drastici e sprezzanti, fine avvolta nel mistero, mistero di una abitazione costruita più che per farsi ammirare nel proprio splendore per stupire o forse comunicare qualcosa a qualcuno, il tutto fanno del Dragonetto un eroe ante litteram, sicuro alimentatore dell’immaginario collettivo, oggetto di nere favole paesane, ma comunque per censo e lignaggio  non passato nell’indifferenza della storia o nella censura  che i canoni culturali di ogni epoca, di fronte al diverso o al perturbante sentono di dover mettere al bando.

La ricerca  sul personaggio non può allora che assumere i metodi e le tecniche dell’indagine, muovendosi alla ricerca di indizi, che di volta in volta potranno essere confutanti una visione del Dragonetto nobile alchimista o seguace delle arti magiche.

Ogni inchiesta non può che partire dall’analisi del luogo in cui le vicende sono nate e si sono epilogate, al fine di vederne nei secoli altri deboli segnali od eredità che passano attraverso il diaframma del tempo per  lanciarci schegge di verità nascoste o spesso semplicemente ignorate in maniera voluta.

Il luogo più rappresentativo della stratificazione storica è senz’altro la Chiesa Collegiata  o  SS. Trinità.

Il luogo del sacro nel corso dei secoli, ha assunto vesti e rivestito ruoli che a ben ragione la fanno diventare il caledoscopio delle vicende di un popolo: di volta in volta piazza, tempio, luogo dell’incontro e ,chi sa ,forse anche del pettegolezzo, delle manifestazioni di sfarzo e di forza, delle conversioni forzate e del fiorire della Dottrina e della Santità di molti canonici.

Ed è in questo sito, che affascina in tutta la sua magnificenza, la Statua del santo Patrono S. Gregorio Magno.

Essa fu eseguita dagli scultori napoletani fratelli Trilocco  su disegno del famoso “ artista del XVIII secolo  Giuseppe Sammartino”  ( Arno Giambattista,  Manduria e Manduriani, 1954, pag. 34)

Del Sammartino artista, non necessita approntare alcuna nota tanto fu famoso per la sua maestria.

L’opera che più di tutte ha inquietato per  il suo realismo e la sua veridicita è senz’altri il “ Cristo Velato” scultura ubicata presso la cappella del principe di  Sansevero in Napoli.

Tanto essa è stilisticamente perfetta ,che il Canova tentò di acquistarla essendo disposto a pagare  qualsiasi prezzo.

Dall’Archivio Notarile Distrettuale di Napoli è emerso, ad opera della studiosa napoletana Clara Miccinelli, un atto rogato in data 25 Novembre 1752 dal notaro Liborio Scala in cui il Principe noto alchimista ed il Sammartino si accordano su come eseguire la statua.

Leggesi nel contratto che mentre la statua verrà scolpita dal Sammartino il Principe “Si obbliga ad apprestare una Sindone di tela tessuta , la quale doverà essere depositata sovra la scultura; acciò dipoichè, esso Principe l’ haverà lavorata secondo sua  propria creazione; e cioè una deposizione di  strato minuzioso  di marmo composito in grana finissima savrapposto al velo”  vi è anche sancito l’impegno del Sammartino a non svelare ad alcuno il modo come realmente questa statua è realizzata nonché l’espresso accordo che  “ tutto il lavoro  risulterà di detto sig. S. Martino”.

L’effetto finale è sbalorditivo, dalle trasparenze del velo s’ intravede nel marmo il volto di Cristo con la testa adagiata su dei guanciali .

L’antico sogno alchemico della trasmutazione della materia e in questo caso della marmorizzazione della stoffa trova nel Principe e nel Sammartino una sua possibile realizzazione.    

Restando all’interno dello stesso contenitore, subito l’attenzione viene attratta dallo splendido pulpito ligneo datato 1608

L’opera si compone di due distinti e ben differenziati ripiani, uno più propriamente didascalico ristretto nella parte superiore che riprende iconograficamente le simbologie care alla cultura e tradizione religiosa manduriana : S. Gregorio , S. Pietro , e la Madonna; ed una parte inferiore più pagana sicuramente con iconografia ed immagini plastiche prestate dalla tradizione classico- alchemica.

Nel 1612  viene dato alle stampe l “ Arcana arcanissima” scritto da Michael Maier alchimista paracelsiano e rosacrociano che riordina organicamente e  definitivamente  la mitologia ed il simbolismo che ad essa è attribuito dagli alchimisti.

Tanti miti cari al mondo classico, erano stati infatti rivisitati dagli alchimisti attribuendogli ovviamente valenze vicine alla propria sensibilità ed al proprio linguaggio.

Nell’opera succitata è evidente nelle forme delle cariatidi il persistere del mito dell’androgino ,  accompagnato al numero delle stesse: quattro, ed  all’allegoria che esse designano ( le quattro età dell’uomo) ne fanno una piccola summa della filosofia alchemica.

L’alchimia, madre della moderna chimica si differenzia dalla stessa, in quanto essa è una scienza virtuale.

Scienza virtuale perché la riuscita dell’esperimento non è semplicemente data dal combinato degli elementi , ma vi è un quid, che la condiziona nella suo buon esito, ovvero: chi sperimenta.

L’agente infatti può assurgere alla dignità della buona riuscita solo , secondo le parole del classico Murienus     “ Nisi per animae afflictionem”  ( se non attraverso la sofferenza dell’anima ).

Questo spiega il perché tanta psicologia contemporanea abbia ripreso con interesse l’analisi e la storia di questa scienza dell’anima perchè in essa si intravede ante –litteram i prodromi  e la parabola di quel “processo di individuazione” che Jung prima ed i suoi discepoli dopo hanno elaborato come possibilità di cammino anche per l’uomo contemporaneo.

Ma torniamo al nostra opera, le Cariatidi sono in numero di quattro .

Grande fu l’importanza data dagli alchimisti alla cabala .

Così non poteva non essere, vista la profonda   permeanza del sacro nell’alchimia.

Il momento della creazione infatti non è genesi di attività materiale,  bensì  momento dialettico in cui la forza della parola genera la materia ( Fiat Lux).

Da qui, presso la cultura ebraica, l’interesse per la forza creativa insita nella parola, da qui in parte della psicologia la fede nella proprietà terapeutica del linguaggio.

Non a caso lo stesso Freud era di origine ebraica e quindi portatore di questa cultura.

Nel corso dei secoli oltre che alle lettere, grande valenza iniziò ad essere data anche ai numeri.

Essi ora incarnano positività ora sono forieri di sventura.

Si pensi al 17, questo numero dai romani fu rivestito di nefasti presagi e ciò a causa del modo in cui veniva scritto infatti  cambiando di posto le lettere che lo componevano dava come esito la parola VIXI.

Così non è per la cultura degli Shiiti  per i quali rappresentava il numero di coloro che sarebbero stati risuscitati.

Nell’Islam il 17 assume notevole valore ed importanza : il richiamo all preghiera è composto da 17 parole, così come 17 sono i consigli sussurrati in segreto all’ orecchio del re prima  dell’ascesa al trono;  17 sono i gesti liturgici delle cinque preghiere quotidiane; 17 gli operai iniziati da Alì; i padri fondatori delle corporazione musulmane sono in numero di 17 come anche di egual numero sono le stesse.

Di converso il 13 trova nel mondo anglosassone, e non solo, i più convinti fautori della sua negatività.

13 erano i convitati nell’ultima cena e il tredicesimo capitolo dell’Apocalisse è quella dell’AntiCristo o della Bestia.

Eppure nella cultura latina esso è considerato portafortuna .

 

Di certo numero alchemico per eccellenza è il 34.

Esso è l’ unione di due numeri cabalisticamente rilevanti : il tre che corrisponde al divino ed all’invisibile ed il quattro che corrisponde alla terra ed  al visibile.

Ma 34 è anche il risultato algebrico del cosiddetto  “ quadrato magico”.

Il quadrato magico lo si trova effigiato nelle più significative opere rimandanti allegoricamente all’alchimia e tra queste giova ricordare  l’incisione al bulino di Albrecht Durer : Melancolia I del 1514 e nell’incisione celebrativa dell’alchimista Paracelso ( 1493-1541) .

Il quadrato magico ha come caratteristica che da qualunque parte si provveda a sommare  tanto verticalmente , che longitudinalmente che trasversalmente esso dà sempre come somma 34.

Lasciando la Chiesa Collegiata e spostandosi nella Chiesetta dell’ Immacolata, sempre di Manduria,   sede dell’omonima congrega e centro propulsore nei secoli del notissimo digiuno in onore dell’Immacolata,  nel libro in cui venivano annotati i digiunatori   forestieri troviamo iscritto il nome di altra rilevante alchimista dell’epoca: ovvero  la regina Cristina di Svezia.

Recenti ricerche hanno messo in luce come la monarca fosse assidua frequentatrice del laboratorio alchemico , a cui si accedeva tramite la porta magica , laboratorio di proprietà del Marchese Massimiliano ubicato in Roma presso Villa Palombara

Quali siano stati i motivi che abbiano indotto la Regina Cristina ad iscriversi tra i penitenti non è dato sapere , certo il fulmine ha nell’allegoria alchemica una collocazione e   significato particolare: esso indica e coincide con la rubedo o fase finale dell’opus alchemico.

L’opus si distingue infatti in quattro fasi:

1)      Figura nigra est  prima materia” si legge nel Liber Alchimiae

Questa prima fase viene detta della materia al nero, ed ha come corrispettivo nella tipoligia psicologica il temperamento melanconico ovvero dominato dalla bile nera.

Gia in questo si nota la potente forza sovversiva dell’alchimia: essa eleva a  momento creativo una stato patologico del soggetto.

La Psichiatria del periodo  considera la melanconia a  buon diritto  tra le patologie che necessitano l’internamento e scientificamente ne individua la cura  “ bisogna salassare con decisione…..Ma , dopo il salasso, bisogna guardarsi da passare immediatamente ai purganti di qualunque natura……Prima di purgare occorre diluire,  sciogliere, cominciare a fondere questo umore vischioso che è il principio della malattia: dopodichè la strada è nota. Tisane leggere per aprire lo stomaco , siero di latte, alcune prese di crema di tartaro, bagni tiepidi, un regime umidificante; si passerà quindi ai diluenti più attivi, come succhi di erba, pastiglie saponacee, pillole composte di gomma ammoniaca, crema di tartaro e mercurio dolce, infine quando l’umore sarà ritornato fluido, si potrà purgare”  si legge nel Journal de medecine dell’agosto del 1785 ( pp 580-581) .

Nigrum, nigrius nigro” ( nero più nero del nero) , tale è lo stato d’animo occorrente per addivenire alla grande opera alchemica.

Certo essa è opera iniziatica e sapienziale, densa di rimandi filosofici e religiosi, eppure quanta psicologia moderna ha rivalutato quel sol niger “ sole nero” che rischiara l’esistenza quando ogni altro sole sembra non più risplendere e quella “putrefactio” sorella della solitudine , del tormento e del travaglio di chi si accinge a compiere una grande opera.

Nelle opere allegoriche su citate in primo piano si intravedono chiodi, tenaglie ,e quant’ altro serve a rimandare alla simbologia della passione di Cristo.

 Passione creativa rivissuta come travaglio dall’alchimista.

Certo questa è follia, ma tutta la cultura medievale, e non solo, aveva nobilitato l’immagine del folle, intravedendo nella Croce la più altruistica follia, che sublimava tutte le altre.

Furono lo svilupparsi della logica segregazionista e concentrazionista a togliere il fascino alla follia, rinchiudendo nelle catacombe alchemiche, la sopravvivenza del suo culto, dilaniato da una psichiatria agli albori, strumento di controllo e di repressione sociale.

La psichiatria, sostituisce  l‘lnquisizione , non vi saranno più pubblici roghi a punire le anomalie del sistema , ma tutto confluirà  innanzi agli operai della ragione precostituita che interneranno chi non penserà secondo il modo di pensare del potere del momento.

Così gli alchimisti finiranno per affollare i luoghi di internamento , insieme con libertini  ed affetti da follia di ogni tipo, si badi bene in  epoche in cui folle è  Maturino Milan  il quale viene internato a Charenton il 31.8.1707 in quanto leggesi testualmente “ la sua follia consiste nel nascondersi alla famiglia, nel menare una vita oscura ……, nell’avere dei processi; nel prestare ad usura ed a fondi perso, nel condurre il suo povero spirito per strade sconosciute e nel credersi capace delle più grandi occupazioni”.

Così  nel 1706 molti alchimisti vengono internati “ per i segreti dei metalli” come si legge nel Iornal di Du Junca ed ancora una tale Maria  Magnan viene rinchiusa perché lavora “ a distillazioni e congelamenti di mercurio per ricavarne oro”( archives prefectorales de police p.191 Salpetriere).

Da qui l’esigenza di un linguaggio criptato, che utilizzi l’allegoria o il mito o meglio ancora, che si rappresenti sulle facciate delle case o sugli stipiti delle porte di accesso ai laboratori alchemici, affinchè il viandante occasionale colga ,conoscendone, i significati arcani  racchiusi in quella casa

I geroglifici egizi, con tutta la loro interpretazione moralistico -  letteraria rappresentavano il volano ideale per questa ricerca di linguaggio.

Essa ebbe come punto saliente e fonte ispiratrice l’Hieroglyphica di Horapollo e tutta la tradizione della religione Egizia sopravvissuta  sino al 560  d. C.. presso l’isola di File in alto Egitto.

Il metallo che contraddistingue questa prima fase dell’opus è il piombo, il pianeta è Saturno .

2)La seconda fase della rivelazione alchemica è l ‘albedo.

A questa fase corrisponde l’elemento acqua , la fanciullezza , la primavera e tutto ciò che vuol significare iniziazione all’opus.

L’umore corrispondente è il flemmatico.

Il colore è il bianco.

 Nelle rappresentazioni grafiche essa è resa spesso dall’immagine di una cometa che precipita in acqua.

Il pianeta  che sovrintende questa fase è Giove.

3) La terza fase è detta della citrinitas.

Il colore corrispondentre è il Giallo.

Ad essa corrisponde l’elemento aria , il meriggio l’estate la giovinezza.

4) Quarta ed ultima fase è la rubedo .

Il colore  corrisponde è il rosso o l’oro .

Essa corrisponde alla  pietra filosofale.

A volte il colore corrispondente a questa fase  detta anche “viriditas”, è il verde, colore che  è anche il colore assunto come simbolo dall’ISLAM.

Del resto l’alchimia giunse in Europa attraverso la cultura Araba insediatasi in Spagna a seguito della conquista militare operata dagli stessi Arabi.

L’11 Aprile 1144  segna la data di nascita dell’alchimia occidentale in quanto in tale data fu completata la traduzione del primo testo di alchimia , dall’ Arabo in Latino, da parte di Roberto di Chester.

Evidenti balzano le analogie tra la tradizione  islamica e l’opus alchemico.

Nera è la pietra che veniva adorata dalla religione preislamica a La Mecca, e che anche l’Islam arrichì di significati.

La Pietra Nera è il residuo di un meteorite caduto sulla terra secoli addietro, che la tradizione musulmana vuole trasportato dall’Arcangelo Gabriele.

Un’ antica leggenda Araba, afferma che il colore della pietre venerata a La Mecca ,di un nero intenso, è tale, perchè essa è annerita dai peccati degli uomini, ma il suo colore si tramuterà in verde e tutto l’immenso e solitario deserto si tramuterà in un rigoglioso giardino, quando il cuore dell’uomo si sarà convertito ed il peccato sarà bandito dalla terra

Nella cultura alchemica occidentale la materia, adiuvata dall’alchimista  invasato nella sua imitazio Cristi, in quest’ultima fase ha già subito il suo martirio “ che ha per modello quello stesso del Cristo Lapis  o Cristo pietra.”

Affiche la trasmutazione avvenga, elemento indispensabile è il mercurio, che deve consentire il cambiamento di stato della materia.

Pertanto si conviene perfettamente con il giudizio espresso da W. Frangen : “L’alchimia, scienza dell’arcano, era considerata un tempo come semplicemente magia nera, vale a dire ciarpame occultistico. Il positivismo scientifico ha ridotto un simile amalgama irrazionale alle sue componenti razionali, considerando l’alchimia secondo la teoria dell’evoluzione, come una tappa preparatoria della chimica moderna. Soltanto oggi si sono prese realmente in considerazione, e peraltro in profondità, le premesse teoriche proprie dell’alchimia, mostrandola per quello che fu realmente: una ricerca della summa perfectionis che faceva della trasmutazione degli elementi un simbolo dell’uomo interiore e dei misteri della creazione, della morte e della vita eterna” ( W. Franger, il regno millenario di Hieronymus Bosch, Guanda, Milano, 1983 p. 25)

Lutero, ebbe ben presente i significati nascosti dell’alchimia ed infatti ebbe a dire che essa era scienza prediletta “per i suoi significati allegorici e nascosti  che sono bellissimi , significando la resurrezione dei morti nel Giorno del Giudizio”

Queste espressioni di Lutero, entusiasta dell’alchimia ,fecero sospettare  gli alchimisti di simpatie o collusioni con il Luteranesimo.

In parte ciò avvenne, ed  in parte ciò corrisponde a verità, anche se il Concilio di Trento “Dichiarerà lecita l’alchimia , purchè realizzata senza frode” ( Paolo Roversi, introduzione a L’alchimia di Tommaso D’aquino )

Il Tarentini parlando del fratello del Dragonetto, Bernardino Bonifacio, in odore di Luteranesimo afferma che riuscì a sfuggire all’inquisizione “ Scappando in Germania ove trovò riparo tra i suoi compagni di fede luterana

E’ facile ipotizzare che anche per il Dragonetto sorgessero voci di una sua possibile simpatia per il Luteranesimo, stante le strane pratiche che si svolgevano presso palazzo Cacari.

Questo a noi non è dato sapere e le fonti storiche, già abbastanza lacunose, sottacciono ogni possibile opzione in un senso affermativo o negativo.

Quello che viene stigmatizzato del Dragonetto, quindi, non è tanto il suo essere sui generis negli esperimenti che conduceva, tanto si è visto che, notevoli e di grande spessore sono state le frequentazioni, ed apparizioni di alchimisti di sicura fama,  che nel corso dei secoli  hanno intessuto con Manduria ora rapporti di carattere artistico, ora pseudo religioso, senza subire alcuna discriminazione per la loro ricerca ne alcun giudizio drastico da parte dello storico  che si deve presumere ben conoscesse le passioni che albergavano nella mente e nel cuore di questi uomini e queste donne

Probabilmente al Dragonetto non si è voluto perdonare altro, ma quest’altro noi non sappiamo cosa sia.

Possiamo ipotizzare una sua probabile simpatia con l’eresia luterana, forse come il fratello, il quale forte di una certa disponibilità economica , veniva accusato di svolgere  opera  di proselitismo, o forse solo un proselitismo mirato a diffondere i rudimenti dell’alchimia che dai non adepti venne scambiato per paganesimo o come sostiene il Franger per magia nera ?

A queste domande non possiamo rispondere però possiamo individuare il clima storico in cui le vicende si svolgono ed i rilievi che l’occulto, la superstizione avevano in tale contesto.

La magia con l’occulto hanno una inculturazione  ed estensione sconosciuti all’alchimia.

Mentre la prima si caratterizza per la sua elaborazione e cripticità, la magia affonda e permea il vissuto quotidiano.

Essa è fenomeno sociale, che resiste ai tentativi di sdradicamento operati nei secoli.

Rituali che si rifacevano ad antichi culti pagani, fiducia di poter imbonire le forze della natura e le scelte degli uomini al di fuori e spesso contro la Chiesa ormai diffusa e presente, facevano periodicamente sfociare in tentativi di cancellazione delle sue pratiche e delle sue memorie che con una longevità e coriacità giungono spesso sino a noi.

Che la magia e la fuga nell’indefinito coincidano con i momenti di maggiore crisi e mutamento sociale , questo è un fatto noto, come altrettanto noto è che essa riesce a sopravvivere oltre i secoli trascorsi , lenti nei cambiamenti e sostanzialmente riproducentisi su canovacci autoimitantisi; quello che sconcerta è la sua persistenza e coabitazione con la società tecnologica e globale.

L’analisi operata da Yung è illuminante in proposito, soprattutto se letta in uno con  gli ulteriori sviluppi della Storia con la valenza nuova del tempo, con il nascere della cultura del “pensiero debole” e del “secolo breve” .

La magia quindi è fenomeno eminentemente culturale.

Giova a questo punto aprire una parentesi per definire la parola cultura.

Secondo la definizione moderna di cultura sfrondata da ogni forma  e valenza etnocentrista o moralista essa è  “ La connessione organica propria di una certa epoca”

Quindi una visione della cultura come antesignana della barbarie, ove, giova ricordare l’ammonimento di Montaigne “ ognuno definisce barbarie ciò che non rientra nelle sue consuetudini”.

Il secolo XVI si apre sconvolto ed ostile nei confronti della magia e dell’occulto.

Infatti, esso entra sin nelle corti dell’epoca in maniera subdola e getta un’ombra sinistra e inquietante su un mondo marginale e sino ad allora rinchiuso nell’immaginario delle classi subalterne.

Dagli annali dell’epoca risalta il caso di Maddalena della Croce, religiosa delle Clarisse di Cordova e celeberrima visionaria di quei tempi.

La sua fama le procurò grande popolarità e con le offerte che le giungevano da ogni parte dell’occidente in cui l’ammirazione per lei cresceva ,riedificò splendidamente il monastero che la accoglieva e “ tosto ne venne eletta Abbadessa. Nato a Carlo V Filippo II, L’imperatrice Isabella di Portogallo, volle che le prime fascie in cui veniva involto, fossero benedette da Maddalena.

Tanta ammirazione non mancava di apparente fondamento. Nuovi e mirabili prodigi operava……….Si dice che annunciò la prigionia di Francesco I e il sacco di Roma.

Nelle solennità maggiori si vedeva sollevata da terra, in sembianze d’estatica, tenendo tra le braccia un bambinello; i suoi capelli allora crescevano visibilmente, tanto da avvolgerla tutta fino ai piedi. E faceva molte altre meravigliose cose……………. Per sua buona sorte si ravvide in tempo e palesò essa stessa ai superiori dell’Ordine l’atroce inganno: venne allontanata dal monastero e chiuse oscuramente  i suoi giorni da penitente.” ( S. Teresa di Gesù, la serafina d’Avila, storia della propria vita, Roma, 1936).

Tale fatto , come già detto, scosse profondamente le corti e gli stati dell’epoca.

Gettò una luce sinistra su tutti i fenomeni di magia e superstizione ed indusse ad un violento e spesso sanguinario giro di vite verso gli stessi.

Ma la superstizione con i suoi miti , i suoi rituali precodificati produce  , affresca scenari, apre speranza di ricchezza e veste leggende metropolitane di irrealtà e magia.

Così in quasi tutta l’Italia meridionale varie presenze nelle credenze e superstizioni prendono corpo e si diffondono velocemente.

Tra queste diffusissima in tutta l’Italia meridionale, con nomi diversi a secondo della zona geografica, ma con fattezze e caratterizzazioni simili è quella del cosiddetto “ Lauro”.

Secondo alcuni studiosi, il termine Laùro deriverebbe dalle Laure basiliane.

I monaci di S. Basilio, cacciati dall’oriente nel pieno dell’iconoclastia si rifugiano anche nel Meridione d’Italia e là continuano i propri culti quasi sempre , secondo l’usanza eremitica, in antri o cripte ipogee, lontano dai nuclei abitati.

Intorno agli stessi , secondo questa corrente di pensiero, fioriscono leggende alimentate dalla severità e stranezza dei costumi, leggende che sopravviveranno alla scomparsa di questo ordine monastico attraverso la presenza di quest’essere vestito di saio, schivo e bizzarro.

Quale esempio di laura basiliana si pensi alla chiesetta sita in Manduria di S. Pietro Mandurino.

Ma non tutti concordano su questa origine.

La scrittrice Matilde Serao  racconta nel suo libro: Leggende  Napoletane ( Napoli 1993, pp 159-178), una triste storia metropilatana.

Il Lauro, sarebbe  il frutto di un amore nato nella Napoli del 1445 fra Caterina Frezza , figlia di un mercante di panni, e Stefano Mariconda, giovane di nobili origini.

Tale amore contrastato e osteggiato dalle famiglie sfociò in un delitto crudele e violento di cui rimase vittima il giovane Mariconda.

Caterina sconvolta , spaventata ed in preda al terrore, per salvare la sua di vita e soprattutto quella del nascituro, scappò di casa e trovò asilo ed ospitalità in un convento di suore.

Qui diede alla luce il figlio che già dalla nascita apparve visibilmente deforme:  ”troppo piccolo, dalla testa troppo grande e quasi mostruosa, dal volto terreo, in cui gli occhi apparivano anche più spaventati”.

Presto la madre se né morì, non prima però di aver fatto voto di far andare sempre vestito di saio il piccolo nato.

Ed il piccolo continuò, alla morte della madre, a vivere grazie alla carità delle suore ,e ,crescendo il suo aspetto era sempre più simile a “quei graziosi nani di cui si allietano molte corti”.

Molti giuravano  “ di non averlo mai visto in chiesa”   e che contemporaneamente fosse presente in luoghi diversi.

Girava tutto il giorno nei bassi di Napoli ora indossando sul saio un cappello rosso, ora un cappello nero.

La gente aveva paura, e lo derideva ferocemente scacciandolo, beffeggiandolo ed insultandolo   per i suoi natali, la sua miseria e soprattutto  il suo aspetto.

Presto gli furono riconosciuti dei poteri magici e la gente, vedendolo passare, traeva auspici per la giornata : positivi ove indossasse il cappello rosso , negativi ove quello nero.

Una sera non fece più rientro nel convento della cui carità egli viveva; si disse che se l’era portato via il diavolo.

Solo qualche tempo dopo in una fogna furono rinvenuti dei miseri resti: un saio, piccole e deboli ossa accanto ad un grande cranio.

Da questo fatto quattrocentesco la sua leggenda si diffuse in tutto il regno di Napoli, e lo vide presto protagonista di mille altre leggende, lui  quel “bimbo che gli uomini hanno torturato ed ucciso come un uomo, un folletto che tormenta gli uomini come un bambino capriccioso, e li carezza, e li consola come un bambino ingenuo ed innocente”

Ma gli auspici ed i riti divinatori non solo vengono ricercati in queste forme, infatti spesso si diffonde accanto alla cultura religiosa ufficiale fenomeni di sincretismo religioso che commistiano culti pagani e rituali religiosi, momenti divinatori e festività sacre.

Di uno di questi riferisce il Tarantini nella sua Manduria Sacra.

Infatti parlando a proposito della cappella ipogea  della Madonna della Misericordia egli ci descrive un particolare cerimoniale che ivi si svolgeva per chiedere grazie: “Il coro delle vergini è formato da determinato numero di fanciulle che, partendo dalla casa per cui chiedono, guidate da donna attempata e recitando alcune preci per via accedono alla cappella e da essa , per la botola descitta vengono al piano della galleria ed in un angolo, trovata la vasca suddetta, la donna vi immerge una canna od altro mezzo e, ritraendola, segna il punto fino a cui è bagnata. Continuando nella preghiera guida le vergini per le due cappelle, prostrandosi con loro; e tornando alla vasca misura nuovamente l’ acqua; ed ove le appaia in aumento ne trae certezza di grazia ottenuta.” ( Tarentini , Manduria Sacra pag 78 )

Ma il mondo magico non si popola solo di oscure presenze e sincretistici rituali.

Esso viene  attaccato dalla Chiesa che, ove non riesce a riassorbirlo, lo combatte con tutta una serie di iniziative che comprendono anche i sinodi pastorali,  le visite  pastorali e le relazioni a limina.

In  particolare, merita  menzione la particolare  credenza nel cosiddetto malocchio o iettatura.

Contro di esso non ci si può difendere se non attribuendo un valore particolare ad oggetti o gesti che ne limitino gli effetti;” E’ questa la cosiddetta magia omeopatica o imitativa, che basandosi su postulati fondamentali, secondo cui il simile agisce sul simile o l’effetto somiglia alla causa, mira a produrre conseguenze uguali, attraverso il principio dell’imitazione” (  Chiara   Ivone – remote forme di superstizione nella Puglia Arcaico-classica- in Umanesimo della Pietra n. 17).

Parlando di Iettatura non può non venire alla mente l’opera  più nota sull’argomento del manduriano G.L.Marugj  “ …… Capricci sulla iettatura”.

Il Marugj è   noto  ai suoi contemporanei e non solo, come medico, scenziato,  letterato, umanista nonché patriota a cavallo tra il XVIII e XIX secolo.

Insieme con Giuseppe Gigli,   altro insigne letterato   del XIX secolo, viene da chiedersi:  il Marugj credette veramente nella iettatura ?.

Cero è che Egli  “Nella prosa IV , ossia del potere della iettatura su venti , le tempeste, i fulmini e le gragnuole, afferma che , oltre a credere nella Jettatura e sul suo assoluto potere su moti dell’animo, è      persuaso che essa possa influire fino sopra agli elementi.  A questo proposito racconta:

----- “Udite che mi avvenne nel penultimo viaggio ch’io feci da Manduria mia Patria, o come vuole una de’ nostri più distinti Letterati, da Mandorra, per la Capitale: Venivo di compagnia con un cavaliere Leccese mio Amico. Tutto ci era propizio; benchè nel cuor dell’inverno godevamo quasi una novella stagione. Giunti appena in Ordone, notissima osteria , e memoranda a viaggiatori per l’empio trattamento  che ne ricevono, c’imbattemmo in un Frate che ho saputo dappoi vero Jettatore: Lo potete credere ? Tutto cangiò d’aspetto. Si annuvola il tempo, cadono a dismisura le pioggie, si gonfia il fiume, che si doveva traghettare, siamo costretti a prender la Guida, e passare per il ponte di Ascoli: si scatenano i venti, ci rompono il cristallo del carrozzino, comincia a nevicare, e la neve ci accompagna fino ad Ariano; quivi poi…basta; fu tale la forza della iettatura che per poco io non rimasi estinto, ed il mio compagno accagionato per sempre” ( G. L. Marugj ……Capricci sulla Jettatura in Piccola collana Apulia , introduzione di Giuseppe Gigli pag 21)

 Contro la iettatura e il malocchio valgono rimedi diversi che lo stesso Marugj elenca nel capriccio VII del testo succitato.

Ma accanto a questi, diffusissimo era l’uso di inserire, quali elementi architettonici delle case elementi decorativi che avevano un chiaro valore apotropaico.

In epoca Classica le raffigurazioni più diffuse per questo scopo erano la testa di Gorgone o di Sileno.

In epoca Rinascimentale , in Casalnuovo, esse vengono sostituite da raffigurazioni di animali con volti antropomorfizzati,     si possono ancora ammirare nel centro storico di Manduria alcuni bellissimi volti di gatto antropomorfizzato posti sulle facciate di abitazioni coeve all’epoca in cui visse il  Dragonetto.

La quasi totale distruzione di palazzo cacari, non consente di confutare la possibilità che la sua bizzarria sia dovuta alla presenza di elementi architettonici aventi valore scaramantico e quindi difficilmente interpretabili e leggibili dai posteri .

Contro tutto questo muove  l’epoca rinascimentale  ed importante è sottolineare come “ L’esperienza del demoniaco e la sua sottomissione dal XVI al XVIII secolo non debbano essere interpretate come una vittoria delle teorie umanitarie e mediche sul vecchio mondo selvaggio delle superstizioni, ma come una ripresa , in un’esperienza critica, delle forme che un tempo avevano minacciato di lacerare il mondo “  ( Michel Foucault- Storia della follia nell’età classica).

Presto  anche l’attacco alla magia muoverà sulle direttrici della demitizzazione, attraverso la via dell’internamento e dell’identificazione con la follia.

Cosi si legge che nel 1706 la vedova De Matte viene rinchiusa  “  Come falsa strega, che sosteneva le sue ridicole divinazioni  con sacrilegi abominevoli” ammalandosi  dopo un anno dall’internamento “ Si spera che la morte purgherà presto il pubblico da costei” (  Ravaisson, Archives Bastille, XI, p. 168) ed ancora la Mailly viene internata  per  aver composto “un filtro per una vedova molto invaghita di un giovanotto”  ( Notes di Renè D’Argenson, p.881).

Alchimisti, maghi, folli e tutti i diversi  vinti dell’epoca diverranno così fenomeni da baraccone da rinchiudere ed esibire come trofei , da far visitare perché ormai resi innocui dalla cultura del tempo: “Tutti erano ammessi a visitare………e quando c’era bel tempo si vedevano arrivare almeno duemila persone al giorno , col denaro in mano, erano condotti da una guida nel reparto insensati” ( Memories  du Piere Richard F.61).

Il Dragonetto fu dunque mago o alchimista?

Se non possiamo ricavare certezze , non avendo fonti cui attingere della sua vita, problematica è l’analisi degli scarni indizi circa la sua morte.

Spogliandoci, anche noi, da ogni influsso moralistico e vestendo i panni dell’analista scevro da pregiudizi, analizzando i vari elementi che si alternano nell’epilogo della sua esistenza notiamo che essi commistiano rudimenti dell’alchimia con tratti caratterizzanti la magia

Se la sua dimora poteva darci ulteriori riscontri estrinseci nell’inquadramento del personaggio, la sua dichiarata diversità rispetto ad ogni altro palazzo gentilizio  in Casalnuovo prima, e, Manduria dopo,  può esser letta come quel linguaggio criptato proprio dell’alchimia o di contro un eccesso di superstizione scaramantica esternata in maniera abnorme.

Né d’altronde decisiva risulta essere l’informazione circa il filtro amoroso che gli procurò il decesso.

Abbiamo visto che anche la Maylli, classificata come strega, venne rinchiusa con la stessa motivazione e per aver praticato le stesse cose. 

Tanto che si propenda per una qualificazione rispetto ad un’altra balza ,sicura ,una prima riflessione: il Dragonetto comunque godette di una certa impunità.

 Il  ricoprire un posto importante all’interno della società dell’epoca lo rendeva immune da rappresaglie e ritorsioni, però di contro l’ essere in vista  impediva un’eventuale voglia  camaleontesca di oblio

Il fratello Bernardino, fu inquisito e perseguitato per “le sue colpe”.

Sicuramente le notizie riportate dal Tafuri, fanno propendere per una lettura della figura del Dragonetto Bonifacio alchimista: il fatto di agire nel segreto del proprio laboratorio, di usare il mercurio metallo per antomasia simbolo degli alchimisti , lo rendono più vicino a quel mondo  crinale di filosofia, umanesimo e fine religiosità propria dell’alchimia.

Egli certamente fu eroe; comunque in se coniugò ricerca, fascino, mistero e voglia di superare   gli angusti limiti dell’acquisito andando contro “le regole” del tempo.

Giova chiudere queste brevi note sul Dragonetto con le parole di una studioso della psiche : Aldo Carotenuto  il quale sulla tematica dell’eroe così scrive  “Ora però l’eroe, che si accinge a portare nell’ambito della comunità una nuova fiamma conoscitiva, diventa una viva testimonianza di quello che tutti avrebbero potuto realizzare ma che non hanno compiuto soltanto per paura: da qui nascono le persecuzioni, gli attacchi calunniosi; l’eroe viene trasformato in nemico la cui parola è sempre “sbagliata” di fronte a leggi provvisorie, a qualsiasi ordine di idee appartengano .Ma c’è  una forza incoercibile che spinge comunque le etiche universalistiche a fare il loro corso e a schiacciare chiunque si opponga a loro” ( Le lacrime del male, ed Bompiani pag. 95)

Tale è stata la vicenda e memoria storica del Dragonetto, ed il suono delle parole  del Carotenuto sono certo ausilio affinché si comprenda come le dinamiche sociali e personali condizionino i giudizi e le vicende storiche dei singoli o delle comunità, ma, siano anche monito affinché l’oblio o l’ostracismo intorno ad ogni modo di pensare “diverso” non diventino logica superficiale dominante, e, da banditori di odio, a loro volta, siano banditi dal comune modo di pensiero e giudizio.