Morte ed avvenimenti

Sembra che tutti gli storici del nostro santo si accordino su la specie di male che lo tolse di vita: pare che sia morto per la podagra. Egli stesso, nel corso della sua vita, fece menzione di questo male che tanto lo tormentava; infatti scrivendo aTeodolinda, scusavasi di averle risposto troppo tardi a motivo della gotta che lo martoriava in modo da non dargli agio a parlare e molto meno a scrivere. Da una lettera spedita al Patriarca di Alessandria si rileva come le tante cure, fatiche ed afflizioni gli rinnovarono lo stesso male: riavutosi per poco ricadde nuovamente e fu costretto di stare a letto nell'anno seguente. In un'altra, diretta a Mariniano si legge: "Da quanti altri patimenti, oltre gli accennati, io vengo afflitto nella presente infermità, non valgo ad esprimerlo. Dirò in breve che l'infezione dell'umor piccante mi si è distesa in tutto il corpo in tal modo che mi riesce di gran pena il vivere e sto aspettando con piacere la morte, la quale sola, credo, può rimediare a tante mie ambasce". Scriveva pure a Secondino dicendogli: "Sono inchiodato a letto dalla podagra che non permette levarmi per celebrare". Faceva pur conoscere a Massimiano le violenze e gli atroci dolori prodottigli dallo stesso male e lo pregava d'impetrargli dal Signore pazienza e rassegnazione. Ad Eulogio di Alessandria scriveva pure: "Da due anni sono tormentato dalla podagra ed appena nei giorni festivi posso celebrare i riti solenni". Lo stesso faceva conoscere a S. Leandro e ad altri. Possiamo dunque ritenere che i tristissimi effetti di questo male avessero logorata e distrutta quella vita preziosa per la Chiesa e per la società. Quel gran Santo che tanto aveva operato con lo zelo, con la dottrina e con la virtù, già da gran tempo desiderava la morte come termine ai suoi mali e principio di vita novella. In parecchie sue lettere già notasi che preparavasi alla morte e la invocava ardentemente. Quell'ora tanto sospirata, nella quale l'intera umanità dovea restare priva dell'affettuoso padre, non era lontana; e par che il Santo ne avesse avuto degli avvisi. Gli ultimi giorni della sua vita li occupò in santo raccoglimento ed in varie opere di pietà.

Come Pontefice non trascurò fino all'estremo anelito il decoro della Casa di Dio: fece ristaurare le basiliche dei santi Apostoli: fece ancora fondere due tabernacoli d'argento e collocare sulle confessioni delle citate basiliche. Donò alle medesime le vaste tenute delle acque Salvie per il sostentamento dei lumi da ardere continuamente presso i corpi dei Santi Apostoli. Volle che l'atto di questa donazione fosse inciso in marmo. Tenne due ordinazioni (credesi in ogni anno del suo Pontificato) una in Quaresima, l'altra in Settembre, nelle quali ordinò molto vescovi, preti e diaconi.

Aspettando di giorno in giorno la morte, sfavasene disteso sul letto nella sua semplicità e povertà gareggiava col niaciglio dell'anacoreta. Dimenticando S. Gregorio i suoi dolori, pregava e si raccomandava pure alle preghiere degli afflitti circostanti; sperava che così il Signore più presto lo avesse a sprigionare dai legami del corpo. Spesso, con sospiri e lagrime rivolge vasi al suo Dio e con ardenti atti d'amore lo supplicava, pure in quegli estremi momenti per la gloriosa calma della Chiesa, per la sospirata pace del mondo e particolarmente della straziata Italia, finalmente per i poveri che tanto amò.

Il supremo istante era giunto? Gli occhi di Roma, del mondo cattolico son lì, nell'umile stanza a vegliare, a lagrimare: milioni di cuori supplicano che l'amara novella non venga a desolarli! Par che l'umanità cattolica, curva su la testa del moribondo Pontefice, volesse aspirarne l'ultimo anelito ... Ma il Santo è già volato in seno all'Altissimo: di tant'uomo non resta che la sacra spoglia mortale, composta al maestoso sorriso col quale allietava il suo popolo, quando gl'impartiva la pastorale benedizione.

Nel sommo dolore, la Cristianità, trasse conforto dalla larga eredità d'amore e di virtù che le lasciava l'amato Pontefice.

Consunto dalle infermità e dalle fatiche morì S. Gregorio il dì 12 marzo 604. Resse la Chiesa di Gesù Cristo, secondo il computo di Giovanni Diacono, tredici anni, sei mesi e dieci giorni, avendone sessantaquattro ali'incirca di età. La perdita di sì grande Pontefice fu pianta dai romani e dall'intera Cristianità che non vide, dopo S. Pietro, altro Papa più degno di lui per conferirgli il titolo di Grande.

Il suo corpo, con modesta pompa, secondo i suoi santi desideri fu sepolto presso l'ultima parte del portico di S. Pietro, detto S. Maria della febbre: in quel luogo riposavano anche le gloriose salme dei Santi: Leone Magno, Simplicio, Gelasio, Simmaco e di altri Pontefici. Su la tomba del nostro Santo fu inciso un epitaffio composto di molti versi latini che ancora leggevansi 300 anni dopo la sua morte; questo epitaffio non voleva in effetti dire altro, se non che: "Egli santamente visse, con gli effetti tutto quello eseguendo che con le parole insegnava e come convertì gli augii alla verità della Fede". E che l'Anastasio, il quale così ne dette la sintetica interpretazione, non s'ingannava, lo dice il testo originale dell'epitaffio che fummo lietissimi di rinvenire finalmente tra i libri antichi donati a questa biblioteca sorta per cura del Sacerdote d. Gregorio Sergi e Senatore Schiavoni. L'epitaffio siccome è in versi latini, per più chiara intelligenza di tutti, ne pregammo l'Eccellentissimo nostro Vescovo: dalla di lui bontà ne avemmo i versi sciolti che fanno seguito ai latini.   Dopo 125 anni, Gregorio IV, monaco benedettino, eresse un nuovo sepolcro ed una nuova cappella nella parte meridionale dell'antica basilica. Ivi traslatò il corpo di S. Gregorio e conservò con grandissimo rispetto e divozione il di lui pallio, il reliquiario che portava in petto, la cinta ed altri oggetti che manifestavano la semplicità e la povertà costante amate dal Santo.

Paolo V nel 1606 eresse nella rifatta Basilica di S. Pietro un altare che dedicò a S. Gregorio, traslatando quivi dal secondo sepolcro i mortali avanzi del venerato nostro Pontefice.

Il convento di S. Andrea ancor nel IX secolo conservava il ritratto del suo caro fondatore così rappresentato: "Alto di statura, viso tra l'oblungo del padre ed il tondo della madre, barba meramente folta, capelli neri piuttosto e nociuti, calvo il dinnanzi, con due ciuffetti appena, ampia la chierica o corona, la fronte spaziosa, belle le mani, dignitoso ed in un piacevole l'aspetto. Sopra la Dalmatica indossava una pianeta color castagno col pallio in giro agli omeri e cascategli sul petto. Teneva con la manca il volume degli Evangeli e colla destra facevasi il segno della Croce. Erasi fatto dipingere in tal forma a ciò la vista dell'immagine sua servisse a mantenere i monaci nell'osservanza della regola".

Lo stesso convento, nonostante le vicissitudini dei tempi, conserva tuttora le più care memorie del nostro Santo: la sala in cui cibava dodici poveri, una gran tavola di marmo bianco artisticamente lavorata ove pranzava unitamente ai pellegrini, una piccola cappella nella quale orava ed una grotta ove, credesi fosse penitenza, come lo rappresentava la di lui immagine ivi dipinta.

La chiesa di S. Andrea, attigua al convento omonimo, mostra tuttavia la cattedra di marmo, dalla quale il Santo profferì, nella festa degli Apostoli, una omelia : la quinta del primo libro delle sue omelie sul Vangelo ".

La fama dei miracoli operati da S. Gregorio in vita e dopo morto, la sana dottrina diffusa in tanti suoi scritti gli meritarono innanzi tempo il titolo glorioso di Santo Pontefice, Confessore e Dottore della Chiesa  universale. Il consenso religioso e civile di tutti i popoli non pago del  semplice nome di Gregorio Primo, lo volle coronato del più gran titolo  che l'uomo possa meritare in terra e lo disse Gregorio Magno.

Abbiamo finalmente Gregorio XVI il quale, volendo giustamente  ancora magnificare il nome di questo Sommo Pontefice, istituì nel 1831  un ordine cavalieresco che intitolò dal nome di Gregorio Magno. La  croce di cavaliere porta l'impronta della testa del Santo con una colomba parlantegli all'orecchio, avendo al rovescio il motto: Pro Deo et Principe.

Ci tocca ora cennare alcuni avvenimenti che seguirono alla morte del  Santo e colla quale hanno quasi immediata relazione; però non tutti i  suoi storici ne fanno menzione, ne tutti quelli che li narrano, li descrivono nel medesimo modo. Per tanto prendiamo a guida Torello Fola e riferiamo come lo stesso nella prefazione ai Dialoghi di S. Gregorio, premettendo un breve cenno della vita del medesimo, così lo compie a un dipresso.

Alcun tempo dopo la morte di S. Gregorio la carestia desolò l'Italia: Roma più d'ogn'altra città ne risentì i tristissimi effetti. Abituati i romani, vivente il Santo, a non difettare di nulla in simili angustie, ebbero a sperimentare in quella ricorrenza l'assenza della mano protettrice che, aprendosi larga, dispensava pane e conforto.

Non sempre la fame vien tollerata pazientemente; spesse volte è cattiva consigliera di mormorazione e maldicenze, quando non lo è di sedizioni e tumulti. E sorsero quindi dalla mota della innata tristizia i perversi che, confusi finché visse il Santo, esperimentarono infelice vendetta sulla memoria delle virtù di lui. Lo calunniarono di prodigalità, di sperpero. Il momento era propizio: la calunnia dapprima respinta, poscia discussa, s'insinuò, si diffuse, divenne certezza. A quella, altre di simil fatta s'accumularono... tutte le luminose azioni del Santo apparvero neri delitti.

Gran parte del popolo, non trovando altro sfogo alla vendetta, si scaglia in quelle sale che custodivano le opere del già tanto venerato Pastore e le condanna alle fiamme; ma Pietro Diacono, segretario ed intimo familiare del defunto Pontefice, oppose la più viva resistenza contro il sacrilego attentare. Arringò il popolo, gli fece conoscere la gravita del delitto che era per consumare, bruciando i preziosi scritti di quell'uomo, che tanto lo avea colmato di bene. Resta menomata così, egli aggiungeva, la gloria del gran Pontefice che sempre vegliò pel meglio della Chiesa e del popolo! Con eloquenza ispirata ne enumerò tutti i benefici specialmente all'Italia, a Roma; e nella peste in particolare, seppe far rivivere il degno coadiutore di Pelagio, l'uomo dell'abnegazione senza confronto che placa l'ira Divina e ridona alla Città la salute. Si paralizza l'orda, ma non è rinsavita; e Pietro, temendo che nuovo fremito l'assalga e, tremante pel suo tesoro, si vota al più grande sacrifìcio che è da lui.

"Ascoltate" egli grida "io son testimone oculare di cosa furtivamente veduta quando il beatissimo Pontefice mi dettava le interpretazioni dell'ultima parte delle visioni del Profeta Ezechiello e se mai io ardissi manifestarla, morrei repentinamente. Ora" soggiunse "a provarvi la santità del mio caro maestro e Pontefice la pongo, la mia vita, in testimone del vero, manifestandovi quello che vidi coi miei propri occhi. Se dopo tal manifestazione giurata, non avverrà repentinamente la mia morte, io medesimo vi aiuterò a bruciare i suoi scritti; se invece io qui morrò, si dovranno scrupolosamente conservare non solo, ma venerare in essi la Santa memoria dell'Autore". La sorprendente proposta fu, con entusiasmo accolta e l'eroe cominciò:

"Essendo il beatissimo Gregario uomo di molto studio, per compiere con maggior sollecitudine i suoi grandi affari, mi teneva in qualità di segretario e scrivano. Quando doveva dettarmi le spiegazioni sopra la S. Scrittura, si poneva nel suo piccolo studio il cui ingresso era chiuso da una tenda di tela ed io scrìvevo il suo dettato nella stanza attigua  dirimpetto alla tenda.

Spesse volte avveniva che tacesse, come in aspettativa di suggerimenti; ciò accadde moltissime fiate ed io, intanto, sospettai essere! cosa  di straordinario in quelle sospensioni, che non si verifìcavano mai quando  mi dettava qualunque altra cosa estranea alla S. Scrittura. Io però non  ardivo alzare la tenda per timore d'essere giustamente incolpato  d'indiscretezza, ne avevo coraggio di domandare la ragione al Santo,  ma la curiosità mi rodeva: più non ressi e venni nella determinazione di  soddisfarla ad ogni costo. Trovandosi egli assente dalla sua stanzetta da studio, feci un foro nella tenda al quale, mettendo un occhio, potevo benissimo vedere quel che entro accadeva. La mia determinazione sortì il desiderato effetto e vidi infatti che, quando questo amico di Dio sospendeva il dettato, alzava gli occhi e le mani al ciclo. Allora una bianca colomba calava dall'alto e posandosi sul suo capo mettevagli il becco nella bocca, rimanendo così per qualche spazio di tempo. Come la colomba ritraeva il becco, il Santo mi dettava, e così ogni volta che sospendeva, la stessa ritornava a mettersi nella posizione primiera. Questa fu cosa che io vidi molte volte. Intanto per rivelazione dello Spirito Santo, venuto a conoscere il mio maestro e Pontefice il mezzo da me usato, si turbò contristandosi moltissimo. Riavutosi da quel turbamento, mi ordinò di celare il tutto per sempre, e se mai ardissi, aggiunse, rivelare quanto avevo veduto, immediatamente morrei".

Quel martire dell'amore, della venerazione pel Santo, terminò così la sua rivelazione: giurò, come aveva promesso, sul libro dei Santi Evangeli e spirò, beato di salvare gli scritti preziosi e d'attestare al Santo il continuo dolore che ebbe del disturbo che gli procurò con l'indiscreta curiosità.

Indicibile terrore sorprese quei poveri sobillati dai perduti calunniatori; costernati si prostrarono dove dianzi ardivano vigliaccamente attentare alla gloria del grande Dottore, del magno Pontefice, del padre affettuoso.

Fu quella morte non solo immediata salvezza delle opere, ma efficacissimo mezzo d'ingrandire vieppiù la venerazione pel S. Pontefice.