UNA CANZONE POPOLARE SU S. GREGORIO MAGNO

DI UN OSCURO 'PUETA' MANDURIANO

 

Non mancarono modesti autori di canti popolari che intonarono le proprie cantilene rimate per rievocare leggende sacre e profane, fatti, persone e personaggi della storia nazionale passata e recente o quelli delle cronache del luogo. Forse si deve ad Eugenio Selvaggi (1872-1961, martinese di nascita e manduriano di adozione, narratore e studioso di archeologia e di tradizioni popolari, fondatore dell" Osservatore Pugliese', della rivista 'Apulia' de 'II biografo'^) l'aver trovato e messo a stampa il seguente canto popolare di un certo Francesco Nasuti (cognome attestato a Mandano) indicato, nella breve presentazione al testo, come calzolaio, nato e vissuto a Manduria nella prima metà dell'800. Il testo, sema il nome del curatore, fu stampato a Manduria su un numero unico datato 3.9.33 recante il titolo: 'LA SAGRA DI SAN GREGORIO (Numero unico a cura della Sezione locale del Comitato Nazionale Italiano per le arti popolari); si compone di 4 pp. non numerate di grande formato di carta co/or arancione. L'unica copia che ho potuto vedere si conserva nella biblioteca 'M. Gatti'.

Non mi è riuscito di trovare altre notizie su questo 'pueta' manduriano o, com'io credo, casalnovitano. Dico ciò perché egli Casalnovo chiama il paese e il verbo al plurale che segue subito dopo: Facèmmu, farebbe ritenere che egli sia stato partecipe del digiuno di penitenza prima e dell'abbondante raccolto poi, abbondante 'a quantità no ssacciu quantu', com'egli dice, per intercessione di S. Gregario. Se cosi è, questo canto popolare va riferito, quanto meno, alla seconda metà del '700, a prima del 1789 anno in cui Casalnovo riprese l'antico nome. Il canto si compone di 23 strofe delle quali ciascuna di una quartina di endecasillabi non tutti metricamente esatti (8,3; 9,1; 11,2 e 3; 15,4; 16,1; 17,3; 18,2; 22,4) e non tutti correttamente rimati (ABAB, dovrebbe essere la rima corretta: v. le strofe 3, 4, 22 e 23); la maggior parte lo sono per assonanza (v. strofa 8) e, talvolta, manca anche questa (v. strofa 11).

La strofa 1 è una sorta di prologo, consueto in questi componimenti-popolari in versi di genere sacro-agiografìco. Vi si esalta la Trinità e, forse, un segno di croce accompagnava il canto del 3° verso passando poi al seguente che è quasi un 'principium invocativum' come quello tipico della poesia dotta. Ascoltatore del canto è il 'signore' della strofa 2, forse un immaginario viandante al quale^ è rivolto il racconto della vita e dei miracoli di S. Gregario nei tré momenti più salienti della sua vita: figlio di nobile e potente senatore romano. Gregario si vota ad un ideale di perfezione cristiana: la puntati sua ozzi sai-vari, e con ferma decisione (molto efficaci i due aggettivi: vergini e catóne fa la sua scelta di vita ascetica e di studi severi rifiutando in un primo tempo il trono papale al quale il popolo romano lo ha chiamato. La peste, che semina strage m Roma, lo piega alla necessità di mettersi a capo e a guida dei superstiti che diminuiscono ogni giorno di più. Questo della peste è il tema centrale del presente canto popolare ed occupa ben 9 strofe (8-16). Un'altra strofa per esaltare il potere d'intercessione del Santo e, subito dopo, quasi a dimostrare l'efficacia di questo potere (ma qui sospetto una lacuna nel testo), Francesco Nasuti accenna ad un fatto di cronaca locale molto frequente nei secoli scorsi: la minaccia, forse per la siccità, di un magro o scarsissimo raccolto. Il predicatore quaresimalista, venuto da Gallipoli a Casalnovo-Manduria, esorta i fedeli a compiere atti di penitenza (Lu populu si mesi a divuzioni; Facemmu d'ogni sorta di digiuni)  che sortiscono l'effetto sperato. Potrebbe essersi trattato di una siccità durata  dall'autunno alla primavera seguente, almeno fino alla venuta del quaresima- lista. Gli atti di penitenza del popolo, come si diceva, ottengono l'effetto  sperato perché il raccolto dei legumi (cibo vitale per i meno abbienti nei decenni  e nei secoli passati, soprattutto perché spesso sostituivano, durante l'autunno- invero, lo scarso, o poco bastevole, raccolto del grano) e della messe fu  abbondantissimo. Le ultime due strofe contengono il congedo, l'affermazione,  diciamo cosi, del suo onesto impegno (Sta storia è stata fatta cu cuscienza) e il  suo nome e cognome. L'ultima strofa è una graziosa, garbata raccomandazio- ne: il 'pueta' sta insegnante il mestiere di saper cantare storie in versi al fratello  minore Giovanni perché questi possa un giorno continuare la sua opera per 2  paesi di Puglia (dove forse, come ha fatto lui, Francesco, andrà per i lavorio  della mietitura o pei lavori stagionali nelle masserie). Ma è l'ultimo verso il più  bello ma anche, in certo modo, il più diffìcile da spiegare. Probabilmente per  aver composto questa storia cantata in versi il 'pueta' ha ricevuto 'na ssùja'  cioè una lésina, l'arnese del calzonaia simile ad un grosso ago ricurvo e  appuntito per forare il cuoio per la cucitura. Oppure il verso potrebbe  intendersi cosi: 'Quando io, come farà mio fratello Giovanni, terminai  l'apprendistato del 'puitari' ebbi in regalo una lésina. La quale, forse, potrebbe^  significare (ma non abbiamo altri componimenti del Nasuti per rendere più  plausibile il nostro forse) 'il pungiglione' del 'pueta-cantastorie', la capacità (o l'ingenua illusione) di pungere, di svegliare o tenere desta la coscienza di chi l'ascoltava.

   'NA SSUJA! Se penso gli odierni festival letter ai-poetici con esibizioni di viscida modestia, di patetiche figurine gongolanti di tormenti intcriori (cioè che non si vedono) e di profonde macerazioni d'animo (o d'anima, non so, fate voi), quando penso alle targhe, alle presentazioni reboanti e melense di 'opere prime', alle coppe, alle patacche, agli assegni con molti o pochi zeri, al gregge dei criticuzzi scriteriati e a quello più numeroso di letterati a caccia o in odore di celebrità... quanta dignità mi pare di sentire nell'ultimo verso di questo umilissimo, oscurissimo 'puera di Puja'!

   Nulla nel testo è stato mutato. Ho solo aggiunto qualche accento tonico e, dove ho ritenuto necessario, il segno ortofonico, (gualche forma dialettale riferibile all'area meridionale del Salente (per es., strofe 14,4: currianu) potrebbe spiegarsi con una svista nella trascrizione dall'originale o con una copia a suo tempo mal trascritta. Purtroppo, di questo canto popolare, come di quasi tutti quelli appartenenti a questo genere di poesia popolare, non è stata trascritta la notazione musicale.

 

 

 

LA STORIA DI S. GREGORIO

 

 Treti so' li pirsoni di sustanza

 (e tutti treti di na gran sapienza):

 Patri, Fijolu e Spirita Santu.

 A nomi ti "sti treti si ccummenza!

 

 Caru signori, stenti In mia canta

 e pi l'aiutu di Nostru Signori

 ti precu, spetta e dammi grandi udienza:

 Ili pria di nu grandi Prutittori.

 

 San Grigoriu di Chiesa è nu Dottori,

 cu la putenzia sua tutta po' fari,

 jè fìju di nu granni Sinatori

 e a tutti grazie e punti4 poti dari.

 

 La puntati sua ozzi sarvan,

 In {netta tenni vergini e catoni

 pi In disegna do' 'ulia amari

 e cuntrastoù  di Cristu la passioni.

 

 Di notti e ginrnu "stava in orazioni,

 in vita nò pinsòn mai a nu mali,

 la grazia li cuncesi In Signori

 e li dunòu la Sedia Papali.

 

Muertn lu Papa  a Roma, pi no "stari

la Santa Chiesa senza In Pastori

vuìwnu lì Romani senza menu

Cricòriu Papa, ca era gran Dottori.

 

Ma Cricòriu, ca càrichi no boli,

di la cittadi si ni vai di fon

e sohhra a na montagna si ni vai

pi no ngannari l'anima e l'amori.

 

Rimani Roma scunsulata agnarma

cn chianti e cu sospiri assai mulèsti;

e comu ci no hastàa Cristu nei manna

intra Roma fìnancn ca la pésti.

 

Dissahitati rimostra li casi:

murinna matri, patri, fili e frati:

agnàsciu  muerti simminàa la pésti;

na "stragi si vitia mmiemu. A III "strati.

 

Omu non c'era cu li sippillia

e qaiddi picca c'ébbira a ristarilo,

tutti a na divozioni si 'utàra u.

C riconti, ahimè, bisogna sci triari.

 

Na culonna di faeca cumpariu.

mentri si parti dicenna l'orazioni;

era di paradisu lu shiandòri

e l'ànno vistn moltissimi pirsoni.

 

Tissi Cricurm, quannu s'arriòu,

ca s'era offesa la Somma Potenza:

- Ci vulimu smurzari li piccati

bisogna ca facimn pinitenza!

 

E cu ni Ilea di sohbra "sta castin ,

tissi Cricorin: Stativi sireni! -

- Appunta ti volumu nui pi Papa,

La giustizia di Din cu la trattieni!

 

Alla Chiesa Cricorw ebbi a sittàri

appena ca li fuei ricunsignata,

e la matina tutti in divozioni

curriantt alla predica sunata .

 

A la Castieddu di Monte Falena

si eddi comu a n Angilu ca stava

cu na spato, nfucata ntra la manu

e Gesù Cnstu vendetta ca mustrava.

 

A cuddu fattu cissou miàta  la pésti

rumàsira cuntienti li Romani.

Sintiti tutti guanti, "stu purtientu,

uomini, tonni, figli e paesani!

 

Cricoriu è protettori d'ogni mali,

nò feci grazia sulu a li Romani

ma ni faci a tutti li pirsoni

e d'ogni mali ni teni lontani.

 

Di Gaddibhuii n fuei priticatori,

quadragesima ni venni a pritican.

Ricunusciutu  di lu munnu oli

ciò ca^.li grazii sua po' dispinsan.

 

Lu populo si mesi a divuzioni.

Cercannu ngrazia cu ni fazza stari;

Subutu lu cuncèsi lu Signori

e Casalinovu feci saziar!.

 

facemmu  d'ogni sorta di digiuni

e pi la divuzioni di "stu Santa

facemmu fai e ciciri e pasuli

e granu a quantità no ssàcciu quantu.

 

e Ci no nei creti a quantu àggiu cuntàtu

e boli f fazza meju la sprienza

cu ricorri cu fedi a custu santu

ca notti e giurnu grazii ni dispensa!...

 

Mò In poeta bba circa licenza

pircè In cantu eti già furnutu .

Sta "storia è "stata fatta  cn coscienza

e l'è compósta lu Franciscu Nasutu.

 

Di retn mettu  franino IH Giuanni

cu sia cussi pueta di la Puja

cu ssaccia  puitari qaannu è granni.

Pi ricalu mi tossirà  na ssuja.